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In una terra in cui vige l’apartheid, una delle cose più incresciose che possano succedere è che uno schiavo, uno di quelli che arriva da una lunga generazione di schiavi, decida di alzare la testa e rompere le catene.
La cosa è ancor più incresciosa, se lo schiavo in questione è stato così ben addestrato che non solo si metteva da solo collare e catene trovandoli perfino non più fastidiosi, ma il suo occhio – come quello degli altri schiavi perfetti – era ormai abituato a non vedere nemmeno più i lividi e le piaghe da questi provocati su collo, braccia e caviglie.
Se tuttavia capita che uno di questi perfetti schiavi arrivi a trovare la forza e la capacità di liberarsi, questo fatto è increscioso non solo per il padrone dello schiavo, di cui si dirà tra poco, ma per la stessa comunità di schiavi da cui proviene. Questi saranno sconvolti dal fatto: come osa mettersi contro il padrone che è così buono? E soprattutto: perché non gli bastano il cibo e il giaciglio offerti in cambio del lavoro? Che cosa altro cerca?
La comunità degli schiavi, molto probabilmente, non si alleerà con lo schiavo ribelle ma, al contrario, lo contesterà, farà di tutto per trattenerlo e, forse, potrà arrivare a denunciarlo.
Useranno contro di lui ogni arma, dal silenzio al ricatto.
Quanto al padrone, il fatto che uno schiavo decida di liberarsi è doppiamente increscioso. In primo luogo perché perderà un lavorante obbediente e ben addestrato (e piegare un nuovo schiavo costa tempo e denaro); in secondo luogo, e cosa ben più grave, ciò che egli perde e che maggiormente lo spaventa è il potere di fronte agli altri schiavi.
Se uno schiavo si libera, altri potranno essere spinti a seguirne l’esempio e tentare di liberarsi. Ciò non è detto e infatti la stragrande maggioranza delle volte non capita; tuttavia, l’esempio di un singolo schiavo che si libera è pernicioso per l’intero sistema collaudato dell’apartheid e per tutti gli altri padroni.
Per questo motivo il padrone dello schiavo ribelle chiamerà a raccolta gli altri padroni e questi verranno. E chiamerà gli schiavi più fedeli e questi verranno. Al fine che allo schiavo ribelle sia fatta cambiare idea. E in fretta. E rientri nei ranghi.
Ma perché il sistema dell’apartheid torni alla sua armonia, lo schiavo ribelle deve tornare spontaneamente, e non solo: deve anche concepire che sia il ricatto, sia la violenza usati per farlo tornare erano in realtà opere per il suo bene. Perché al di fuori fdalla benevolenza del padrone c’è la morte certa.
Se questo non accade, se né il silenzio, né il ricatto e né la violenza potranno servire a farlo tornare spontaneamente, allo schiavo ribelle deve essere fatto il vuoto attorno. Tutti gli altri schiavi devono sapere che la scelta dello schiavo ribelle è stata sbagliata. Che ha perso un giaciglio e un pasto sicuro. Che è in difficoltà. Che andando via ha rubato a tutti qualcosa. E che dunque non è solo un ribelle, ma anche un ladro.
Ma se tutto è andato bene – come talvolta, anche se raramente,succede – lo schiavo ribelle sarà ormai lontano. Tutte le cose che succedono al campo, le voci che vi girano come mulinelli d’aria, non potranno più arrivare a toccarlo.
Ma, soprattutto, avrà cose più serie da fare: rimettersi in forze e procurarsi un giaciglio e un pasto caldo con le proprie mani.
Quel giaciglio e quel cibo saranno le cose più inebrianti del mondo. Fossero anche solo una stuoia di juta e un pezzo di pane.
