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In questo periodo travagliato alla ricerca di una casa, tra case oscene e case perse, di sicuro una boccata di aria pura mi è arrivata dalla lettura de “La bastarda di Istanbul” di Elif Shafak. Anzi, diciamola proprio tutta: questo libro meriterebbe un posto d’onore tra le cose per cui vivere, come ha scelto meravigliosamente di intitolare il suo blog, Ipitagorici.
Elif Shafak, che per questo libro ha subito un processo – concluso con una sentenza di assoluzione – racconta l’epopea di un popolo, quello armeno, ma non solo: è un viaggio nel tempo, nell’animo, nelle contraddizioni che rendono la Turchia di oggi quello che è, nei segreti di una famiglia, nella solidarietà fra persone. Nella necessità di riconoscere un dramma, ma anche di saper personare.
Ed è un racconto tutto al femminile, nel quale Istanbul, pur non essendo descritta praticamente, è in realtà ovunque: nei cibi, negli odori acri e pungenti delle strade, nella brezza che accarezza i personaggi, nelle loro menti e storie. Silenziosa e onnipresente protagonista di questo splendido romanzo. Che non posso che consigliare a chi passa di qui.
A parte: in questa intervista, l’autrice ci spiega il suo punto di vista sull’importanza dell’ingresso della Turchia. E la necessità di “costruire ponti”, perché nessuna cultura può arricchirsi nell'isolamento…
[Se c'è qualcuno che ancora passa di qui, in questa landa abbandonata, beh... mi devo davvero scusare. Il fatto è che la ricerca della casa mi sta impegnando non tanto dal punto di vista del tempo. Avrei certo modo di scrivere qualche post. Purtroppo, sento che le mie energie mentali vanno davvero in quella direzione e ho pochissima voglia e forza di scrivere qui. Tuttavia, mi sto segnando delle notizie o delle cose, di cui un giorno vorrò scrivere.
Però oggi, qualcosa provo a scriverlo].

Nascere donna può essere, in molte parti del mondo, decisamente complicato. Persino in Italia, essere donna può esserlo, vista la matrice patriarcale della nostra cultura che poi si manifesta, per esempio, nella bassa percentuale di donne occupate in grosse aree del paese o nell'esigua presenza di donne manager in ruoli chiave in aziende o, anche solo, in politica.
Però nascere donna in paesi in cui vige il fondamentalismo religioso è letteralmente un incubo (ancor più considerato che le grandi religioni monoteiste sono di fatto maschiliste, checché se ne dica e, considerato che le religioni impongono il proprio potere sui fedeli e anche, quando possono, su tutti, anche compiendo quello che potrei chiamare la discriminazione nelle piccole cose, o i divieti assurdi su cibi, bevande, vestiti, divertimenti, gesti di vita quotidiana).
Così in Arabia Saudita, per esempio, dove alle donne, tra l'altro, è fatto divieto di guidare. Perché? Io non ci vedo nessun motivo logico. Non che le religioni siano logiche, questo è palese, ma anche guardando alla dottrina, cosa c'entrano Maometto e il Corano con la guida di un autovettura?
Ebbene, forse sull'onda di quel vento così tanto femminile che è soffiato in Egitto, in Tunisia e in un po' tutto il sud del Mediterraneo, parrebbe che un gruppo di donne stia organizzando un vero e proprio atto di protesta, sfidando il regime politico e religioso, mettendosi alla guida di un'auto.
Credo che questo non sia solo un gesto simbolico, ma che possa arrecare loro guai seri. Per questo, gli occhi così spesso distratti dell'opinione pubblica internazionale dovrebbero seguire con attenzione a quanto capiterà a Riad.
Nella speranza che possa essere l'inizio di una nuova era anche per l'Arabia Saudita. Ma potrebbe trattarsi anche di un arresto di massa.
Qui, il gruppo di supporto su Fb (ma ne esiste anche uno di uomini che invitano i mariti a picchiare le moglie attiviste e non permettere loro di partecipare alla manifestazione).
Qui, twitter.
Invitato da alcune amiche, la scorsa sera sono andato a vedere Offside, senza saperne praticamente nulla. Già mi immaginavo un film drammatico, forse retorico.
Nulla di più sbagliato. Offside (Fuorigioco )è un film che per tutta la sua durata mantiene un carattere leggero, supportato da un sincero umorismo. Ed è attraverso questa modalità che il regista ci racconta l’assurdità delle regole imposte nella Repubblica islamica iraniana, che si svela tutta in questo semplice scambio di battute:
- Perché le donne non possono assistere ad una partita allo stadio?
- Perché i maschi in caso di sconfitta potrebbero dire parolacce.
- E allora perché nella partita Iran – Giappone, le donne giapponesi hanno potuto seguire la partita all’interno dello stadio con i loro uomini?
- Le donne giapponesi mica capiscono la nostra lingua!
Con queste parole il giovane soldato – che tutto vorrebbe, tranne che stare a fare il soldato – risponde ad una ragazza fermata per aver tentato di entrare di nascosto allo stadio, e nelle sue parole si riassume la summa di regole assurde e anacronistiche che nessun giovane in Iran parrebbe capirne ancora il senso.
Il regista usa l’arma della sobrietà, della leggerezza, della freschezza della giovinezza per rispondere al regime del pupazzo Ahmadinejad e dei maledetti pupari Ayatollah.
Una critica che colpisce a fondo, proprio perché non gridata, ma detta col sorriso sulle labbra, guardando con ammirazione e fiducia ad una generazione – quella dei giovani – che potrebbe rovesciare (come sta accadendo altrove dalla Tunisia all'Egitto alla Siria) il regime autoritario presente in Iran.
Una critica che i maledetti mullah iraniani hanno mal sopportato: il regista, già autore de “Il cerchio” (Leone d’oro a Venezia), già arrestato nella primavera dell’anno scorso ma poi rilasciato, è stato quindi condannato a sei anni di reclusione e venti di inattività.
Non possiamo fare molto per lui, ma qualcosa sì: andare a vedere il suo film, promuoverlo sui vostri blog e siti e magari firmare la petizione promossa dall’associazione Nessuno tocchi Caino che trovate qui.
Questo scritto di Claudio Fava è quanto di meglio abbia letto sulle notti di Arcore, sulle sue ragazzine e, soprattutto, sui loro padri.
Buona lettura.

Il silenzio dei padri per le notti di Arcore.
Non solo il cavaliere, non solo le ragazzine, non solo le maitresse e gli adulatori, non solo gli amici travestiti da maggiordomi, le procacciatrici di sesso, i dischi di Apicella e la lap dance in cantina: in questa storia da basso impero ci sono anche i padri. E sono l’evocazione più sfrontata, più malinconica di cosa sia rimasto dell’Italia ai tempi di Berlusconi. I padri che amministrano le figlie, che le introducono alla corte del drago, le istruiscono, le accompagnano all’imbocco della notte. I padri che chiedono meticoloso conto e ragione delle loro performance, che si lagnano perché la nomination del Berlusca le ha escluse, che chiedono a quelle loro figlie di non sfigurare, di impegnarsi di più a letto, di meritarsi i favori del vecchio sultano. I padri un po’ prosseneti, un po’ procuratori che smanacciano la vita di quelle ragazze come se fossero biglietti della lotteria e si aggrappano alle fregole del capo del governo come si farebbe con la leva di una slot machine…Insomma questi padri ci sono, esistono, li abbiamo sentiti sospirare in attesa del verdetto, abbiamo letto nei verbali delle intercettazioni i loro pensieri, li abbiamo sentiti ragionare di arricchimenti e di case e di esistenze cambiate in cambio di una sveltina delle loro figlie con un uomo di settantaquattro anni: sono loro, più del drago, più delle sue ancelle, i veri sconfitti di questa storia. Perché con loro, con i padri, viene meno l’ultimo tassello di italianissima normalità, con loro tutto assume definitivamente un prezzo, una convenienza, un’opportunità.
Ecco perché accanto ai dieci milioni di firme contro Berlusconi andrebbero raccolti altri dieci milioni di firme contro noi italiani. Quelle notti ad Arcore sono lo specchio del paese. Di ragazzine invecchiate in fretta e di padri ottusi e contenti. Convinti che per le loro figlie, grande fratello o grande bordello, l’importante sia essere scelte, essere annusate, essere comprate. Dici: colpa della periferia, della televisione, della povertà che pesa come un cilicio, della ricchezza di pochi che offende come uno sputo e autorizza pensieri impuri. Balle. Bernardo Viola, voi non vi ricordate chi sia stato. Ve lo racconto io. Era il padre di Franca Viola, la ragazzina di diciassette anni di Alcamo che, a metà degli anni sessanta, fu rapita per ordine del suo corteggiatore respinto, tenuta prigioniera per una settimana in un casolare di campagna e a lungo violentata. Era un preludio alle nozze, nell’Italia e nel codice penale di quei tempi. Se ti piaceva una ragazza, e tu a quella ragazza non piacevi, avevi due strade: o ti rassegnavi o te la prendevi. La sequestravi, la stupravi, la sposavi. Secondo le leggi dell’epoca, il matrimonio sanava ogni reato: era l’amore che trionfava, era il senso buono della famiglia e pazienza se per arrivarci dovevi passare sul corpo e sulla dignità di una donna.
A Franca Viola fu riservato lo stesso trattamento. Lui, Filippo Melodia, un picciotto di paese, ricco e figlio di gente dal cognome pesante, aveva offerto in dote a Franca la spider, la terra e il rispetto degli amici. Tutto quello che una ragazza di paese poteva desiderare da un uomo e da un matrimonio nella Sicilia degli anni sessanta. E quando Franca gli disse di no, lui se l’andò a prendere, com’era costume dei tempi. Solo che Franca gli disse di no anche dopo, glielo disse quando fece arrestare lui e i suoi amici, glielo urlò il giorno della sentenza, quando Filippo si sentì condannare a dodici anni di galera.
Il costume morale e sessuale dell’Italia cominciò a cambiare quel giorno, cambiò anche il codice penale, venne cancellato il diritto di rapire e violentare all’ombra di un matrimonio riparatore. Fu per il coraggio di quella ragazzina siciliana. E per suo padre: Bernardo, appunto. Un contadino semianalfabeta, cresciuto a pane e fame zappando la terra degli altri. Gli tagliarono gli alberi, gli ammazzarono le bestie, gli tolsero il lavoro: convinci tua figlia a sposarsi, gli fecero sapere. E lui invece la convinse a tener duro, a denunziare, a pretendere il rispetto della verità. Tu gli metti una mano e io gliene metto altre cento, disse Bernardo a sua figlia Franca. Atto d’amore, più che di coraggio. Era povero, Bernardo, più povero dei padri di alcune squinzie di Arcore, quelli che s’informano se le loro figlie sono state prescelte per il letto del drago. Ma forse era solo un’altra Italia.
Claudio Fava
Sono veramente angosciato per il nostro paese. Per come la maggioranza delle persone abbia ormai i sensi obnubilati.
Non sono bastate Noemi Letizia, la D’addario e oggi Ruby a far comprendere quanto squallido sia il nostro premier.
Io sono una persona liberista e di ampie vedute. Non mi scandalizzavo ieri per il caso Marrazzo (semmai mi concentro di più sulla morte sugli omicidi irrisolti collegati a questo caso) e però mi disgusta immaginare un vecchio di 74 anni, circondato dai suoi fidi lacché e da un gruppo di prostitute professioniste seminude pronte a farsi palpare.
In casa propria ognuno fa quello che gli pare? Può essere, ma è chiaro che lì ci giravano prostitute (quelle in strada sono invece duramente colpite da questo governo e dalla Carfagna), forse droga e volavano gli scambi e forse, i ricatti. Senza contare che, qualora non ci fossero reati, un manipolo di papponi e puttanieri non dovrebbe avere il dovere di farmi la morale, appoggiato per altro da una Chiesa cattolica che dimostra, con il suo appoggio a B., di essere sporca e squalificante quanto se non peggio di lui.
Se l’uomo, inteso come maschio ci fa una pessima figura, non meglio va a queste donne perdute. Passi per la questione della prostituzione. Uno del proprio corpo può fare quel che gli pare, ma qui volavano cariche pubbliche a gogo (è curioso notare come spesso queste donne, una volta nelle istituzioni, con i loro capelli raccolti e l’aspetto castigato, sembrino ancor più degne del ruolo di segretarie nel peggior film di Tinto Brass. Come il passato resti incollato loro nonostante il restyling).
In tutto ciò, difendere la privacy di B. è mettersi sul suo stesso livello culturale. Contestare l’evidenza è dimostrare la propria totale cecità. Vedere come i sondaggi continuino a mostrare B sempre in vantaggio significa, mi ripeto, che la maggior parte del nostro paese è perduta.
Mai come oggi, ho sentito l'istinto fortissimo di andarmene via da questo paese.


In tutte questo, Tony era sempre presente o c’entrava sempre, secondo Regina. Eppure su di lui non si è praticamente indagato. Micheal Nihoul, arrestato nell’ambito dell’inchiesta Dutroux, e accusato solamente di spaccio di stupefacenti, l’uomo che si permetteva di sfottere gli investigatori (e allo stesso tempo lanciava minacce neanche tanto velate dicendo, per esempio, “conosco un giudice che amava vestirsi da donna nelle orge che organizzavo…” – si veda la sua autobiografia) è stato rilasciato e già iniziava ad avere permessi nel 2005.
Io non sono una persona particolarmente sensibile, eppure, credetemi, ho fatto fin qui una fatica estrema a tradurre le parole di quel libro, inviato alle stampe per proteggere Regina quando è uscita dall’anonimato. «Silence on tue des enfants» è un libro che raccoglie la sua storia. In esso si trovano anche le strazianti pagine dei rivissuti scritte durante la terapia psicologica, mentre cercava di ricomporre un io frantumato dagli abusi. 
In Egitto è stata scritta una pagina di Storia. Nella mia vita di 36enne, non ne avevo mai vista una in diretta. Arrivano parole rotte dal pianto e grida di felicità per l’abbandono del dittatore.