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Se c'è una cosa che mi fa impazzire, da sempre, è la creatività. Quando questa è affiancata da un'ottima capacità tecnica e realizzativa, è il massimo.

Questo video di due giovani registi, Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, è uno di quegli esempi che unisce appunto grande creatività e ottima padronananza del mezzo video, oltre ad essere molto simpatico.

Enjoy it!

Con la foto che vedete qui sopra, il mio amico Luca ha vinto una menzione speciale della giuria nel concorso fotografico internazionale Ferrovie ed integrazione: identità e culture di un'Europa multietnica, promosso dal Progetto ImmigrazioneOggi Onlus e dalle Ferrovie Italiane e da altre europee.

In questi giorni sono a Roma. Oggi per assistere alla sua premiazione, alle 18 alla stazione Ostiese e all'inaugurazione della mostra itinerante che quindi viaggerà per l'Europa, toccando il Belgio, la Francia, la Polonia, Spagna e Lussemburgo.

Altre foto le trovate su Repubblica, qui.

Bravo Lu!


Lo straordinario successo di Vieni via con me può essere addebitato alle polemiche che hanno circondato la trasmissione nelle settimane prima del debutto? Può essere, certo…

Io credo piuttosto che quando un programma come questo supera il Grande Fratello è perché sotto la cenere un fuoco si sta risvegliando.

Qualcosa forse sta accadendo. B sarà pur sempre in testa ai sondaggi, ma questo successo implica molte cose: che la gente ha fame di cultura; che c'è voglia di vita vera, di parole vere, di arte vera.

Benigni potrà pure non piacere, ma fare uno show come quello – di oltre mezz'ora – senza percepire alcun compenso è non solo uno schiaffo ad un ometto come Masi,  messo lì dai potenti a fare esattamente quello che fa, ma la prova provata che non tutto si compra e si vende, che le cose possono essere fatte senza ottenere necessariamente un tornaconto personale. Che esistono ancora, in sostanza, la solidarietà e la generosità!

Di questo, non possiamo che essere grati a quelli di Vieni via con me.
 

 

 


Ancora fino a domani, in risposta all’istituzionale Artissima, il quartiere più multietnico di Torino, San Salvario, alle spalle della stazione Porta Nuova, si trasforma in  un palcoscenico dell’arte contemporanea indipendente e della creatività, coinvolto e stravolto da Paratissima.
Ogni luogo diventa utile a questo evento off: locali, ristoranti, gallerie, negozi. Ma anche i muri delle case, i cortili interni, le stesse strade e le piazzette. Perfino un cinema a luci rosse, il Maffei, diventa luogo d’esposizione; l’asilo Bay, simbolo della multiculturalità di Torino, che presenta i lavori dei bimbi realizzati con gli artisti del quartiere; gli ex Uffici FIAT di Corso Marconi 10,  diventati per l’occasione una sede espositiva per artisti internazionali.
Gli spettatori – tantissimi e giovani, molti gli stranieri – girovagano per strada, seguendo la cartina degli eventi o più facilmente perdendosi tra i vicoli tra esposizioni e performance. In ogni angolo si intravedono capannelli di persone e altro non resta da fare che buttare un occhio, lasciarsi guidare dalla curiosità.
Paratissima è uno degli eventi più ricchi di energia e frizzanti che avvengono in città.
Davvero, per un lungo weekend, non sembra nemmeno di essere in Italia.

PS per capire come può nascere un evento di Paratissima, potete buttare un occhio al gruppo Me ne frigo, su Fb.  Qui sopra, il mio scatto preferito.

Entrò in camera mia con circospezione, a passettini si avvicinò alla culla. Sessantenne vestita di nero, si chinò ad esaminare l'infante vestita di rosa. Forse qualcosa nella mia espressione le fece scattare un campanello, forse si mise in modo il collegamento che avrebbe fatto in seguito, trai neonati del villaggio e questa neonata di Detroit, tra le storie raccontate dalle vecchie greche e la nuova endocrinologia… Forse, o forse no. Perché mentre guardava con diffidenza oltre le sbarre della mia culla, vide la mia faccia… e il sangue agì. La sua espressione preoccupata, sospesa sopra la mia (non meno) perplessa. I suoi occhi tristi fissarono le mie (non meno) grandi orbite nere. Ci assomigliavamo in tutto. Mi prese in braccio e io feci quello che sono tenuti a fare i bambini: cancellai gli anni che ci separavano. Restituii a Desdemona la sua pelle originale.

È con  queste parole che Calliope racconta il suo venire riconosciuta dalla nonna (e quanto è vero questo potere dei bambini…).
La sua stessa voce ci accompagnerà nel racconto di una famiglia, la sua, che arriva da lontano: dalla Grecia in fiamme, all’inizio del Novecento, da cui la nonna Desdemona fuggì col fratello; per arrivare agli Stati Uniti dove Calliope, figlia neanche ancora immaginata, già ci racconta le vicende dei suoi genitori, quei figli di immigrati così in bilico tra la tradizione dei padri e la voglia di chiudere con il passato, per potersi sentire finalmente americani; ad arrivare a lei che, lo sappiamo già dalla prima pagina, nella sua fretta di raccontarsi, diventerà un lui.
 
Middlesex è un libro toccante, che entusiasma e divertire. Un racconto intimo, che tuttavia sa spesso farsi collettivo.
E Jeffrey Eugenides è un vero maestro. Non stupisce che con questo romanzo abbia vinto nel 2003 il premio Pulizer.


Un film può farti uscire dalla sala con l’affano, il fiato corto e gli occhi sgranati, con la stessa faccia del mio gatto la prima volta che l’ho portato in gita in cortile?
Sì, Inception ci riesce.

E’ vero: niente che non sia stato più o meno già visto. La storia è cervellotica e talvolta fa acqua. Ma al regista Christofer Nolan davvero questo pare non interessare. E ha ragione Souffle nel dire che Inception è un film masturbatorio ma non voyeuristico: il regista ci spinge a guardarlo mentre si sega, ma non è interessato a sapere se la cosa ci piace. Però a me è piaciuto guardarlo!

Aggiungo poi che Inception non ha le pretese di misticismo e filosofia a buon mercato alla Matrix, ed è prima di tutto uno spettacolo, non solo visivo, ma  verrebbe da dire di tutti i sensi perché davvero ci si sente precipitati nei vari livelli della storia, molto più di quanto riesca ai suoi personaggi.  Infine, un piccolo commento sulle musiche di Hans Zimmer, che avevo già amato in Oltre Rangoon: epiche, solenni, un perfetto sostegno a quella straordinaria epifania.

Assolutamente da vedere.

Dopo essermi sorbettato al cinema London river, dopo aver sbadigliato più volte per tutte le ripetizioni de L’urlo, avendo avuto perlomeno l’accortezza di scampare la Coppola, scoprire Benvenuti al sud è stato un grande piacere. Una vera boccata d’ossigeno.

Il film di Luca Miniero, con Claudio Bisio e Alessandro Siani, potrebbe essere uno splendido esempio di commedia intelligente italiana, alla Pane e tulipani di Soldini, per intendersi. Dico potrebbe e non che lo è, solo perché si tratta di un remake puntuale di un film che è francese Bienvenue chez les Ch’tis (Giù al nord, nella versione italiana).

Benvenuti al sud è un film che gioca a rivoluzionare i luoghi comuni. Il fatto poi che ciò che qui si racconta sia perfetto per l’Italia, ma che sia nato in Francia è in qualche modo confortante.



Gli attori, Bisio in testa, sono decisamente molto bravi. Nel film vi sono alcune scene così esilaranti e grotteschi (la scenetta organizzata per la moglie) da far ridere a crepapelle.

Si ride soprattutto dei pregiudizi e ci si rende conto di come questi siano stupidi nella loro rigidità.

Guardando questo film ho pensato alla scuola di Adro. A certi discorsi così ignoranti che si sentono. Ecco come aiutare a ripulire la scuola quella scuola elementare: portiamo i bambini a vedere Benvenuti al sud.

Certo che è un’estate bella strana, questa.
Non c’è il pittbull seriale nei tg e neppure le micro auto killer. Non c’è neppure il classico tormentone estivo. E il clima è decisamente bizzarro, roba che si passa da 20 gradi con pioggia a 40 con afa da paese subtropicale.

Non so perché ho fatto questa premessa, fatto sta che in questa strana estate, su suggerimento di un amico, ho fatto una eccezionale scoperta musicale.


Si tratta di The Irrepressibles, ensemble londinese di dieci musicisti d’orchestra. La loro musica si muove tra l’ambient, il chamber pop, l’alternative e richiamano echi di Antony and the Johnson (la voce del solista è decisamente simile), David Bowie, Kate Bush.


Ciò che poi mi colpisce molto è la loro teatralità e una malinconia tipica del circo e della clowneria, elementi per i quali il Sunday Times ha scritto di loro come di "un incantevole spettacolo teatrale pop".
 
Il loro primo album si chiama "Mirror Mirror". Il 3/4 novembre saranno a Roma, al Palladium. Non è detto che non me li vada a vedere. Qui sotto, invece, forse la canzone più bella dell’album. Che tra l’altro è una straziante canzone d’amore di un uomo per un altro uomo e sono quasi certo che sia un omaggio a questo film

You tube è davvero un universo e con i miei 25 anni da undici anni, sono ormai troppo vecchio per conoscerne tutte le potenzialità e anche solo alcuni dei moderni divertissemnt che si trovano lì in mezzo.


Scopro solo da pochissimo tempo che molti giovani usano youtube come palestra per esprimersi  e lanciarsi, dando sfogo alla loro voglia di visibilità, ma in modo creativo, spesso con talento, creando da soli su un canovaccio e magari mettendo mano al montaggio e alla regia (e dimostrando anche una certa capacità).
Questo alla facciazza dei nulli sul genere dei gieffini che non puntano su nulla che non sia la propria presenza. In qualche modo, questi video mi sembrano una sorta di blog 3.0, sicuramente più figli di internet che della televisione, spesso con commenti a loro volta lasciati (e chiesti dai… come chiamarli: vlogger?) in forma di video.

Certo non tutti sono talenti. Questa ha centinaia di commenti che la invitano a mollare, ma lei insiste (su di lei non si contano le imitazioni e le parodie… ma ha centinaia di migliaia di visualizzazioni!).


Poi c’è Will Woosh che sul visionario e lunare programma "Vite Reali" di Rai4, dedicato al mondo della rete, racconta la sua esperienza su youtube. Non mi fa impazzire, ma ammetto che il ragazzo è smaliziato.



Sul genere, preferisco indubbiamente Daniele Doesn’t matter. Forse perché è di Torino? Questo, secondo me, tra un po’ sfonda. Ha una gran testa, oltre che ritmo, ottime capacità tecniche e splendidi canini.



Poi c’è anche chi ci mette la faccia per fini pedagogici e quindi ecco Maha che insegna l’arabo agli italiani.

 

giugno: 2012
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