Archivio per ottobre 2006

Problemi tecnici   Leave a comment

Problemi tecnici. Leggi: hanno tolto la connessione internet dal mio ufficio.

Un dramma… Ho visto uomini e donne in lacrime abbracciarsi disperati. E’ stato un momento di grande intesa. Per un attimo sono cessate tutte le rivalità e le invidie da bottegaia.

Per un po’ di tempo non potrò garantire una presenza costante. Mi spiace più che altro non poter leggere i tanti blog, politici o d’intrattenimento, di cui mi sono nutrito in questi mesi.

Comunque, non demordo.

E a presto.

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Pubblicato ottobre 24, 2006 da samuelesiani in Senza categoria

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Accade in Belgio   1 comment

Torno al Belgio e ancora una volta al tema doloroso e ingarbugliato degli abusi sui minori, guardando alla storia di David, raccontata in questi giorni su alcuni media.

David, figlio di un’alcolizzata, ha sei anni quando, insieme al fratello, subisce abusi da parte del patrigno. Divenuto adulto, denuncia l’accaduto, ma il reato è ormai passato in prescrizione. Così, due anni fa, con la complicità di un amico, David si reca dall’uomo affinché ammetta le sue colpe. La discussione degenera: i due ragazzi uccidono a coltellate l’uomo, la moglie – che era presente durante gli abusi – e danno fuoco alla casa con i corpi all’interno.

David e l’amico vengono quindi subito arrestati. In questi giorni, il processo: il tribunale belga ha assolto i due giovani, nonostante avessero ammesso l’omicidio.

 

In questa storia non si può non constatare quanto il passato abbia divorato il presente.

L’abuso non è stato un evento del passato; ha dato vita a un qualcosa che è germinato nell’animo di David e ha portato la vittima a diventare carnefice a propria volta.

Non so quanto questa sentenza sia utile. Mi chiedo se con questa sentenza il trentenne David sia stato effettivamente riconosciuto come vittima o piuttosto non sia stato il gesto del lavarsi le mani, da parte della giustizia belga. Un modo FALSO per riconoscere e risarcire la vittima.

David è colpevole di omicidio. Questo è un fatto. I giudici dovevano riconoscere il suo danno (che è ciò che ha fatto, ma anche in senso letterario verso se stesso, da danneggiato e quindi, ferito). Riconoscendone il danno, si riconosceva non solo l’essere stato vittima all’epoca, ma esserlo tuttora. Riconoscere il danno significa non il carcere, ma quantomeno provvedere ad un aiuto concreto per il giovane, per spingerlo a liberarsi davvero. Una liberazione che deve per forza di cose passare da dove è stato creato il trauma: nel passato e non nel presente. O si resta imprigionati, l’oggi, in un passato di abusi.

Anziché limitarsi a dire che “senza l’abuso, non sarebbe avvenuto l’omicidio”, i giudici avrebbero dovuto porre l’attenzione su cosa è successo in questi ventiquattro anni, in cui un qualcosa è maturato nell’animo del giovane, portandolo a coinvolgere anche un’altra persona (un amico, o forse il compagno) in un delirio che lo vede imprigionato nel passato.

Volere, infatti, che il pedofilo ammetta le proprie colpe non è liberarsi (per altro, quasi una costante di chi abusa è proprio quella di negare – anche fino alla morte, come in questo caso, le proprie responsabilità). È un atto di rancore, di dolore, di rabbia che non è del presente, né del futuro, ma solo del passato. Un passato non elaborato, l’urlo di un bambino ferito e non ascoltato, che pretende di esserlo ora, nel presente.

Un’ultima considerazione, alla società civile in cui è vissuto il giovane: un luogo fatto di maestre, vicini di casa, medici, insegnanti, attorno a David, nel cui animo, per ventiquattro anni, è potuto crescere indisturbato l’odio.

 

La sentenza dei giudici – che non riconosce la vittima, ma ne giustifica e legalizza la vendetta – ha dimostrato la completa inadeguatezza del Belgio di fronte alla questione della pedofilia, una questione che continua a ritornare nella sua storia.

 

Una storia che il Belgio deve trovare il coraggio di tornare a guardare, riconoscendola, per liberarsene davvero. 

Pubblicato ottobre 21, 2006 da samuelesiani in Senza categoria

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Accade in Svezia   4 comments

Questa sera sono un po’ stanco; ho bisogno di scrivere un post non troppo pesante, che di sicuro finirà per essere parecchio retorico, ma tant’è. Starò più attento la prossima volta.

 

Riporto da Corriere.it

“Nel giro di tre giorni si sono dimessi due ministri [in Svezia]. L’ultimo in ordine di tempo è stato il responsabile della Cultura, Cecilia Stego Chilo. Le sue dimissioni sono arrivate dopo che la stampa svedese aveva rivelato che il ministro non pagava da 16 anni il canone televisivo e retribuiva in nero la tata dei suoi figli. Sabato scorso anche il ministro del Commercio, Maria Borelius, aveva presentato le proprie dimissioni per le stesse ragioni.”

 

Inconcepibile.

Ai nostri occhi, una cosa del genere è inconcepibile. I nostri vecchi, vecchissimi parlamentari non mollano la poltrona – per legge – neppure dopo condanne definitive per omicidio, abusivismo edilizio, incendio doloso, collusioni con la mafia, appalti truccati e via dicendo (per le indicazioni precise, vedete qui o sui soliti blog amici di Grillo o Travaglio).

In Svezia, invece, i ministri si dimettono; e perché rei di non aver pagato il canone televisivo e i contributi della tata.

Per altro adducendo scuse che fanno riflettere. Una delle due donne ministro ha infatti dichiarato di “non aver potuto permettersi di pagare i contributi della tata”.

  

I tg hanno poi presentato queste dimissioni con un certo sfottò, come a dire: “vedete: voi che vi lamentate tanto… visto che anche a casa degli altri non è tutto oro quello che luccica?” Leggete l’articolo del corriere.it: potrete tranquillamente notare come si vuol far cadere l’attenzione sul fatto che, per ben 16 anni, il ministro non ha pagato la tassa televisiva, sottraendo al fisco l’incredibile cifra di 3200 euro in totale!

Peccato, peccato che i media non abbiano evidenziato il significato etico di chi è capace di dimettersi. E si dimette anche per una piccola macchia.

Anziché sfottere, giornalisti e deputati italiani dovrebbero cospargersi il capo di cenere e prendere esempio.

 

Non credo che lo possano fare.

E allora, prendiamo noi esempio dagli svedesi: non paghiamo il canone, cerchiamo di dimetterci quando facciamo stron**te e prendiamo a pedate nel c**o quei mezzi mafiosi che ci governano!

Pubblicato ottobre 17, 2006 da samuelesiani in Senza categoria

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1984, una nuova categoria   2 comments

1984Da alcuni giorni ho intrapreso la lettura di 1984 di Orwell. E’ un testo di cui ho tanto sentito parlare, ma solo quando l’ho avuto tra le mani ho scoperto veramente, a mia volta, la lucidità e, per certi versi, la preveggenza dello scrittore inglese.

1984 è un libro illuminante. Ma tra tutto, una frase mi ha colpito estremamente e mi spinge a creare una nuova categoria.

Ecco le parole di Orwell, scritte per mano del protagonista su un vecchio diario:

Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito tutto ciò, tutto il resto ne consegue naturalemnte.

Nel testo di Orwell il Partito del Socing poteva riscrivere la realtà. E questo avrebbe potuto significare, che un giorno il Grande Fratello avrebbe potuto sostenere che 2+2 fa 5. E non 4.

Oggi, a ben pensarci, mi pare non sia molto diverso. La realtà dei fatti viene mescolata a mille parole, a mille tesi. E il quattro si mescola al 5, al 3, al 6 e si fa sempre più fatica a ritrovare poi quel 4, il vero fatto.

Con questa nuova categoria, voglio pertanto segnalare dei dati di fatto. Lasciarli nudi, come devono essere. Senza commenti, senza niente altro. Lasciarli – come le parole del protagonista di 1984 – ad un qualcuno, come messaggi nella bottiglia.

E chiedo a chiunque volesse, di collaborare, raccogliere dati di fatto, che non devono essere contaminati da parole, commenti e ipotesi.

Un esempio importante ci è dato in questi giorni dalla cronaca, con la morte della giornalista russa Politkovskaya, che stava per pubblicare un’indagine sui casi di rapimento e tortura in Cecenia e dei possibili legami fra Putin e l’amministrazione cecena. Questo è il 4. Quando Putin sostiene che con questo omicidio si vuole colpire lui, sta dicendo che 2+2 fa 5. Magari dice il vero, non si può escludere, ma sta aggiungendo qualcosa e spostando l’attenzione dal 4.

E allora bisogna attenersi ai fatti. E il 4 di questo post è:

il 9 ottobre 2006, la giornalista russa Anna Politkovskaya è morta assassinata, mentre indagava per un suo articolo su possibili legami fra il Cremlino e le violenze in Cecenia.

Stop. 

Pubblicato ottobre 15, 2006 da samuelesiani in Senza categoria

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I fascisti veri ed Alessandra   7 comments

Alessandra_Mussolini_Playboy_IT_CoverDa alcuni anni, ed in particolare in quest’ultimo anno, è sempre più massiccia la presenza di Alessandra Mussolini in tv, come opinionista, giurata, etc.

E sempre più spesso, in questi programmi qualche furbo – tranne Di Pietro, che furbo proprio non è… – la orpella col termine fascista. Ritengo che si possa definire la Mussolini in molti altri modi: popolana, bottegaia, pizzicagnola e chi più ne ha ne metta. Ma non fascista.

Perché il fascista, il fascista vero è ben altra roba. E il rischio, in trasmissioni così popolari, è che si associ il termine a lei, dimenticando cos’è realmente il fascismo. No, Alessandra è una popolana, non più pericolosa di un Calderoli o di un Mastella di Ceppalona.

Alessandra dovrebbe infatti ricordarci e ricordarsi di suo zio, per farci capire – con un solo esempio – cos’è stato il fascismo. Dovrebbe ricordarci e ricordarsi di quel figlio illegittimo del Duce,  chiuso in Ospedale psichiatrico e fatto morire di stenti lungo l’arco di decenni (e stessa sorte per l’amante che ha generato questo figlio), affinché l’immagine del caro nonnino non venisse corrotta.

Fascismo è perdita della libertà: un tempo e uno spazio veri nella nostra storia dove i nemici del partito sono "vaporizzati" (direbbe Orwell) o mandati al confino; dove la corrispondenza è letta e si è controllati a vista; dove per accedere a qualsiasi carica si deve avere la tessera; il fascismo è la continua propaganda che passava da Radio Rurale ai Cinegiornali e invadeva la vita delle persone dall’infanzia alla vecchiaia.

Fascismo era la paura di esprimersi. Di ragionare autonomamente. Di avere dei dubbi. Di dire: io non sono come voi. 

No. Con tutto questo, Alessandra, non ha molto a che spartire. E dopo le fotografie col seno scoperto, quando ancora lei si sentiva valletta, probabilmente si sarebbe vista decisamente allontanare dal nonno…

No, non è di Alessandra che ho paura. Non ho paura di una ciociara, di una commerciante di stracci a Porta Portese.

Ho molta più paura di chi, vuole associare alla sua immagine per certi versi addiritura simpatica, l’idea del fascista.   

Pubblicato ottobre 12, 2006 da samuelesiani in Senza categoria

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Turandot nuda   5 comments

turandot2

Avvertenza: oggi tocco un argomento che a nessuno interessa, basandomi sulle mie competenze – inutili – in materia di storia del teatro. Ma nei blog, tutto o quasi è permesso.

 

In questi giorni al Teatro Regio di Torino, è in scena una versione della Turandot, per la regia di Luca Ronconi, che la stampa ha battezzato come la “Turandot nuda”. Nuda, perché il regista, come segno di protesta verso la riduzione in finanziaria del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo), ha deciso di eliminare tutto dalla scena: scenografie, macchine teatrali, costumi. Gli attori reciteranno in tuta, in un teatro che per la prima volta si mostrerà al pubblico nella sua nudità.

Non ho ancora visto questa versione teatrale, ma alcune considerazioni possono essere fatte. L’assenza di scenografia è, di fatto una scelta stilistica: infatti, il vuoto si fa scenografia. La cosa non è peraltro nuova nella storia del teatro novecentesco.

L’operazione di Ronconi, regista  noto al mondo per le sue imponenti scenografie e macchine teatrali, in qualche modo l’uomo che ha riportato in scena la monumentalità degli spettacoli rinascimentali e barocchi, si tinge, dal mio punto di vista, di una certa impronta di furbizia, divenendo anche una buona operazione commerciale che ha fatto gridare critica e il pubblico borghese, perché ha modificato il suo stile per una causa: la riduzione dei fondi per lo spettacolo. In altre parole ha lanciato il suo spettacolo.

Tendevo un parallelo col teatro nel rinascimento più che altro per dire che in quell’epoca gli spettacoli erano finanziati dai mecenati e dalle ricche famiglie signorili, non dall’intera comunità.

Ecco dunque il succo del discorso: i finanziamenti ai teatri stabili, alle fondazioni teatrali, etc.

Questa è una polemica antica, ma che vale la pena accennare.

Nella metà dell’Ottocento, una delle poche compagnie sovvenzionate – la Compagnia Reale Sarda, nata nel 1820 proprio a Torino, col fine di ingentilire i costumi e proporre opere morali   era stata già ostacolata da Camillo Cavour che non riteneva giusto che i sardi pagassero per mandare a teatro i torinesi.

In un epoca in cui appare chiaro che si deve tirare la cinghia, mi chiedo se valga la pena strapagare Ronconi e registi del suo calibro. Dico questo perché Ronconi avrà ridotto le scenografie, ma non credo che il suo cachet  sia stato di conseguenza ridotto.

Un altro esempio: nel 2000 Branciaroli ha proposto qui a Torino una costosissima e orribile versione del Gesu di Dreyer spendendo centinaia di milioni (di lire) in scene, nei giorni in cui la provincia di Torino era devastata da un’alluvione che ha fatto cadere ponti e allagato strade e case.

Mi chiedo quindi se non sia il caso di aprire le porte dei teatri a giovani in grado di realizzare buone cose, senza per questo spendere capitali – pagati dalla collettività, anche da chi nei Teatro Stabili o nelle Fondazioni non ci entrerà mai per assistervi ad uno spettacolo.

Quella del teatro è un’altra lobby autoreferenziale, composta dagli stessi registi, dagli stessi attori e dagli stessi spettatori. Una triade che da decenni monopolizza i teatri stabili – e i fondi del FUS!

Forse il gesto di Ronconi potrebbe però mostrare un’altra cosa: che è possibile far teatro con niente. Che un buon attore potrà far vedere negli occhi degli spettatori un sole che non c’è e che non c’è bisogno di ricreare scenograficamente.

È teatro anche quello di strada, dei burattini per i bambini, nei parchi delle città, dei piccoli teatri dimenticati.

 

Il teatro è sogno. E per sognare, non c’è bisogno di avere soldi.   

Pubblicato ottobre 10, 2006 da samuelesiani in Senza categoria

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Marylin del mondo III e bambini   1 comment

Senza nome

Esce in questi giorni in Italia il film Water della regista indiana Deepa Mehta. Il film, ambientato nell’India del 1938, racconta la storia di una bambina che “viene allontanata dalla sua famiglia e trasferita in una casa ritrovo per vedove indù, per espiare la colpa d’un marito perso e mai conosciuto, attraverso l’eterna penitenza imposta dai testi sacri.

Sebbene il film – a detta della critica, io lo vedrò spero nel weekend – “si perde in scene didascaliche e incomplete, in recitazioni affettate e poco credibili, nella lezioncina da cinema (b)hollywoodiano  mi interessa segnalarlo e vederlo perché affronta il tema complicato dell’emarginazione e – di fatto – della violenza ai danni delle donne, in questo caso bambine. Un altro esempio di come la violenza dell’uomo sull’uomo sia un fenomeno trasversale e non solo ad appannaggio di una specifica cultura o religione. E come tale venga combattuto.

In questo senso, questo post continua i precedenti in cui ho visto in Marylin Monroe un simbolo della violenza dell’uomo sulla donna (se volete, li potete trovate qui e qui).

born

Altro film che immagino interessante, anche questo ambientato in India e dalla parte delle vittime è Born into Brothel, un documentario che è “un tributo ai bambini del quartiere a luci rosse di Calcutta” e che credo continui idealmente il corale “All the invisible children”.