Archivio per dicembre 2007

Un "malato" risponde   19 comments

Normal
0
14

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;}

Era prevedibile che a seguito dell’articolo di Liberazione (che potete leggere dal post precedente) giungesse la strenua difesa al professor Cantelmi da parte di una degna collega, Paola Binetti, che dalle pagine della Stampa del 24 dicembre, afferma:

Cantelmi svolge un lavoro eccellente. Fino agli Anni Ottanta nei principali testi scientifici mondiali l’omosessualità era classificata come patologia, poi la lobby degli omosessuali è riuscita a farla cancellare. Ma le evidenze cliniche dimostrano il contrario.”

Avrei alcune cose da chiedere alla senatrice. Punto primo, cosa intende per lobby degli omosessuali. Da tempo mi batto contro questa scemenza. Non esiste una lobby gay, e se proprio dovessi dirlo, non esiste neppure una comunità gay. Ma tornando alla scemenza, cos’è la lobby gay per la novella Giovanna d’Arco? Quella fatta dal barista gay, dalla trans parrucchiera, dall’operaio delle ferrovie gay, da Dolce e Gabbana, del padre di famiglia che batte nei cessi? Cos’ha in comune questa gente? Me lo può spiegare Lady Binetti che io non lo so?

Il termine lobby è legato al potere economico e a quello politico. Le lobby possono dettare legge e lo fanno. Se esistesse una lobby gay non saremmo qui a subire offese da questo tragico e penoso individuo e a sfrucugnarci ancora sulle coppie di fatto. Le avremmo. Da tempo.

Neppure dal punto di vista dei voti elettorali esiste una lobby gay, perché esistono gay che votano, mortacci loro, Forza Italia e perfino Alleanza Nazionale! Dire lobby gay è assurdo come dire “lobby etero”. Esiste una lobby etero? E da chi è composta?

Lobby semmai è quella da cui proviene lei stessa: l’Opus Dei. O la Chiesa Cattolica che ruba grazie a una politica servile i soldi dell’8 per mille e che è avvantaggiata da questa rispetto alle altre imprese regolari. Lobby è la CEI che telefona ai parlamentari e “avverte” i sindaci romani.

Va da sé, come al solito, che è meglio attaccare per primi. È la storia del ladro che viene beccato e che scappando grida “AL LADRO!” per spostare da sé l’attenzione.

 

Vorrei poi sapere quali sono le evidenze cliniche alle quali la psichiatra col cilicio si riferisce: quelle dei medici cattolici – come lei? O forse il Creazionismo, a cura di Giuliano Ferrara, tomo I e II?

Appare sempre più evidente il motivo del voto contrario ad una legge contro l’omofobia: con esternazioni di questo tipo, la Binetti potrebbe essere portata di fronte ad un tribunale. Queste sue frasi sono razziste e naziste al pari di certe urla dei leghisti, ma forse ancor più pericolose, in quanto non escono dalla bocca di un Bossi o un Calderoni, ma da quella di un medico (un medico che deve aver ripudiato il giuramento d’Ippocrate a favore di uno più pratico verso la CEI e l’Opus dei).

Ma al di là del disprezzo verso questo individuo, le cui azioni sono chiaramente guidate da altri, sono profondamente amareggiato dal fatto che il Partito Democratico non abbia non solo condannato pesantemente, ma neppure preso le distanze da questa senatrice. Come al solito a rispondere a queste violenze sono i soliti Paola Concia, Grillini, Mancuso, Benedino. Tutti gay e quindi parte in causa! Servono all’interno del PD altre voci chiare come quelle di Ivan Scalfarotto e Gianni Cuperlo. Il PD deve indicare da che parte sta. Un partito realmente democratico deve ricordare che sì, ogni membro è libero al suo interno, ma che la libertà di questo non deve invadere quella di altri.

La Binetti ha indubbiamente invaso la libertà mia e di tante altre persone omosessuali ed anche eterosessuali.

Un partito con la Binetti, che ha riportato al medioevo l’idea del cattolico con il suo tribale cilicio, non avrà mai il mio voto. Ecco la mia libertà. Si facciano votare dal Papa.

PS A poco serve a migliorare il mio umor nero l’articolo di Scalfari da Repubblica.

AGGIORNAMENTO: TheHours mi fa notare che, per fortuna, Veltroni ha preso pubblicamente posizione.

Annunci

Pubblicato dicembre 27, 2007 da samuelesiani in Senza categoria

Taggato con ,

La cura   8 comments

Posto parte di un articolo di un giornalista di Liberazione che per sei mesi ha frequentato un gruppo ultracattolico che si propone di curare l’omosessualità. Chiaramente anche questo discorso fa parte del famoso no a qualsiasi intervento legislativo contro l’omofobia.

In guardia. E buone feste.

Gli ho detto: «Sono gay». Mi hanno risposto:
«La sua è una malattia leggera, possiamo curarla bene…»»
 

Davide Varì
Lappuntamento è con Don Giacomo nella sede delle edizioni Paoline poco lontano dalla Garbatella, ex quartiere popolare di Roma. Un incontro per definire tempi e modi del mio ingresso in un gruppo terapeutico per guarire dall’omosessualità. Un appuntamento sudato: i sedicenti guaritori di gay, almeno in Italia, non vogliono troppa pubblicità. Per rintracciare quello italiano ho dovuto chiamare un gruppo omologo svizzero che mi ha girato la sede milanese di "Obiettivo Chaire", un’associazione ultracattolica che organizza, sì, incontri terapeutici, ma soltanto a Milano. Alla fine mi indicano Don Giacomo qui a Roma, un giovane prelato che, dicono loro, può aiutarmi. E ora, dopo quel lungo peregrinare, ci sono: finalmente sono di fronte allo studio di Don Giacomo. La prima tappa del mio percorso di "guarigione". Un percorso durato circa sei mesi nei quali mi sono ritrovato immerso in un mondo parallelo fatto di reticenze, mezze verità, ambiguità e strane alleanze tra ambienti del Vaticano e alcuni gruppi di psicologi guidati dal Professor Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell’Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia all’Università Gregoriana.
Ma prima c’è don Giacomo, il primo livello di valutazione della "gravità del paziente" spetta infatti a lui, a un rappresentante della Chiesa cattolica. Don Giacomo è gentile. Dopo vari colloqui telefonici nei quali, con molta discrezione e molto tatto, mi chiede i motivi che mi spingono verso questa terapia, arriva il momento dell’incontro. Dopo una breve presentazione, inizia il colloquio vero e proprio.
Le domande fondamentali sono due o tre: quanti rapporti omosessuali ho consumato, con quale frequenza e le sensazioni che ho provato. Gli racconto quasi tutta la verità, tutta tranne il fatto che sono un giornalista e che non sono omosessuale. Gli dico che sono sposato, che ho un bambina e butto lì un paio di esperienze omosessuali legate alla mia adolescenza e la preoccupazione che quelle esperienze possano tornare a galla e rovinare il mio matrimonio. Don Giacomo ascolta con partecipazione. Poi inizia il lavoro d’indagine per capire le ragioni della mia omosessualità. Mi chiede dei miei genitori, del rapporto con mia madre – rispetto alla quale tiro fuori un bel conflitto. Fa sempre bene, penso: ai preti e agli psicologi piace – gli racconto del ruolo marginale di mio padre, dei rapporti sessuali con mia moglie, le relazioni interpersonali e così via. Una scannerizzazione superficiale ma completa del mio vissuto.
Poi la domanda: «Quando è stata la prima volta, Davide», mi chiede Don Giacomo. Gli racconto di un mio compagno di liceo, di tale Luca, col quale ero molto amico e di come quell’amicizia, col tempo e in modo del tutto inaspettato, si fosse trasformata in relazione sessuale. Don Giacomo ascolta con attenzione e partecipazione. Mi vede provato e cambia discorso: «Credi in Dio?» mi chiede. Io rispondo che provengo da una famiglia molto religiosa ma che no, non ho mai praticato. Ma ultimamente, aggiungo, sento rinascere in me qualcosa di diverso. È il momento più delicato, il momento in cui bisogna scegliere se andare fino in fondo passando sopra le sincere convinzioni religiose di Don Giacomo, oppure finirla lì e andarsene.
E’ come se mi prendessi gioco della sua fede, e forse nessuno mi da il diritto di arrivare fino a quel punto. Poi mi convinco che nella realtà quotidiana questi "guaritori di omosessuali" fanno solo danni: prendono una persona, nella gran parte dei casi spinta dalla famiglia, gli raccontano che la propria omosessualità è una deviazione dalla norma e la invitano a intraprendere, con loro, un percorso di guarigione, anzi, di "riparazione". Ed allora decido di andare avanti e raccolgo l’appello di Don Giacomo: «Preghiamo insieme?».

continua qui

23/12/2007

Pubblicato dicembre 24, 2007 da samuelesiani in Senza categoria

Taggato con , ,

Ambiguità di comodo   15 comments

Sarò pur monotono, ma reputo sia sempre utile sottolineare l’ambiguità della Chiesa Cattolica e delle alte cariche vaticane. Negli ultimi giorni possiamo di nuovo notarlo, in relazione alla moratoria contro la pena di morte. Anche in questo caso la Chiesa si è mossa nel terreno dell’ambiguità: se da una parte già il precedente papa ne rimarcava la brutalità e l’inutilità, o un gruppo di vescovi USA si impegnavano affinché fosse abolita, dall’altra l’enciclica Evangelium vitae di papa Giovanni Paolo II, 1995, (su cui si basa il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1997), lascia aperte spazi all’ambiguità. In esso vi si legge:

L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani.

Pur aggiungendo:

Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.

Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti. 

A quali casi, oggi o al tempo dell’enciclica si riferiva il papa? Perché lasciare aperta questa possibilità? Molte personalità cattoliche si sono mosse (qui solo un esempio) affinché la Chiesa Cattolica scacciasse ogni ombra e si dichiarasse in modo preciso contro la pena di morte, un NO forte e chiaro come quello arrivato dal Sinodo dello scorso agosto delle Chiese Valdesi e Metodiste (gente pratica, poco incline all’ambiguità e per questo meno potente dei cattolici). Ovviamente senza risultati.

E’ inoltre significativo che facendo ricerche in rete con chiavi di ricerca come PENA DI MORTE CHIESA CATTOLICA non è facile arrivare alle parole dei Vescovi di Roma contro questa barbarie istituzionale.

A prendere la parola a sproposito, è invece l’elefantino (Giuliano Ferrara). Il più importante intellettuale della destra (sic!), il dandy stipendiato da Forza Italia, in un penoso editoriale (via Baraku) rilancia il velo dell’ambiguità sugli stessi che hanno votato a favore della moratoria: ma come – si chiede – lottate contro la pena di morte e permettete la strage degli innocenti tramite l’aborto, l’uso della RU486?

Questa affermazione non merita una mia parola di risposta. Del resto, come controbattere un ossimoro vivente come l’ateo devoto (ateo rispetto alla divinità, devoto verso le gerarchie vaticane)???

Pubblicato dicembre 20, 2007 da samuelesiani in Senza categoria

Taggato con ,

E passa   9 comments

104 voti a favore, 54 contro e 29 astenuti.

Chapeau! 

Pubblicato dicembre 18, 2007 da samuelesiani in Senza categoria

Taggato con ,

Morti sul lavoro   7 comments

Vi riporto un articolo scritto su un volantino di Lotta Comunista. E’ chiaramente un punto di vista, che indaga in una precisa direzione, eppure mi trova completamente d’accordo.

"LA CINA A TORINO", così il titolo dell’editoriale della Stampa sulla tragedia che ha colpito giovedì notte i lavoratori della ThyssenKrupp. […] Scrive il giornale della FIAT: "Un’immagine in stridente contrasto con le foto e i filmati relativi all’incidente" che "fanno venire in mente le sequenze sulle fabbriche siderurgiche della Cina". Prosegue: "il fatto  a cui ci ha messo di fronte l’incidente è che anche Torino, una delle patrie d’origine dell’industria europea, può ritrovarsi di colpo assoggettata, nella logica di un’impresa multinazionale, a quello stato di necessità continuo imposto dalla globalizzazione".

Le morti sul lavoro sono una realtà del capitalismo aggiornata quotidianamente sugli organi di stampa. Passano quasi inosservate quando coinvolgono lavoratori nelle miniere dell’Ucraina (ottanta morti nel marzo 2000) o nelle mini-miniere della Cina (6000 morti l’anno). Suscitano maggiore sdegno quando trattasi di "incidenti" che avvengono nell’industria della civile ed avanzata Europa. Le stime del Bureau International Du Travail indicano la mortalità per cause di lavoro essere la prima per valori assoluti: ogni anno nel mondo ci sono 2 milioni e duecentomila morti. In Italia 1302 morti nel corso del 2006 con un incremento del 2,2% sull’anno precedente. Rappresentano il bilancio di una guerra condotta non da due eserciti armati, ma tra chi detiene i mezzi di produzione e tra chi è costretto, per vivere, a vendere la propria forza-lavoro.

Vengono definiti "incidenti" come fossero eventi inattesi; talvolta li si chiama "infortuni" quasi a volerne sottolineare la casualità. Invece non c’è nulla di più "determinato" degli incidenti, dei morti, dei feriti sul fronte del lavoro. Gli investimenti nell’ammodernamento delle aziende, nella messa in sicurezza degli impianti, costano e costano molto; quando non vengono realizzati, rischiano gli operai anche con la vita.

[…] Il livello tecnico scientifico raggiunto oggi dall’umanità crea, potenzialmente, le condizioni affinché le morti sul lavoro e gli infortuni non si verifichino più o meglio diventino davvero in senso letterale "infortuni". Ma il modo di produzione capitalistico basato sulla logica e sulla ricerca del massimo profitto (l’utile della ThyssenKrupp è cresciuto del 27% nel 2007) non potrà mai essere il motore di questo progresso.

un pensiero al quinto operaio della ThyssenKrupp, morto ieri. 

Pubblicato dicembre 17, 2007 da samuelesiani in Senza categoria

Taggato con ,

Un Cadeau pour vous   3 comments

foto di From Eye to Pixel

Pochi giorni fa, vi parlavo di un ragazzo in gamba, Gennaro, che ha raccolto, via Skype, testimonianze diverse e spesso contraddittorie di persone che vivono in zone di guerra o comunque "calde". Ma testimonianze di prima mano.

L’ho contattato. Gennaro non solo mi ha donato il libro in formato pdf che raccoglie queste testimonianze, ma autorizza affiché si diffonda. 

Parole di pace che si diffondono. Non male, vero?

Dunque, chi fosse interessato può contattarmi via mail, che giro l’allegato (samuelesiani@splinder.com).

Un abbraccio.  

Pubblicato dicembre 12, 2007 da samuelesiani in Senza categoria

Taggato con ,

Un po' tardi (ovvero Family day, polemicamente)   7 comments

foto di hidden side

Un po’ tardi ma anche l’Istat ammette ciò che le donne continuano a dire e che hanno ribadito nella manifestazione del 24 novembre, vale a dire che la violenza sulle donne NON è un problema di ordine pubblico. E non c’entra con l’immigrazione. Con rispetto per il dolore della famiglia Reggiani, è doveroso notare come la morte di questa donna sia stata strumentalizzata.

E alla faccia di tutti i fascisti e di tutti i sinistrorsi troppo affascinati dai loro metodi  sulla sicurezza, ripropongo quanto detto in un articolo di Rainews24 e da Linda Laura Sabbatini, direttore centrale Istat per le indagini su condizione e qualità della vita, nell’ambito del Global forum sulle statistiche di genere in corso presso la sede dell’Istat (link)

In Italia impera lo stereotipo dell’immigrato che violenta la donna italiana, ma non è questa la più grande violenza contro le donne italiane: secondo l’Istat il 69% degli stupri è opera dei partner, mariti o fidanzati e solo il 6% degli estranei. 

Se anche considerassimo che di questi estranei il 50% sono immigrati – ha spiegato Linda Laura Sabbadini, direttore centrale Istat per le indagini su condizione e qualità della vita, nell’ambito del Global forum sulle statistiche di genere in corso presso la sede dell’Istat – ciò vorrebbe dire che si arriverebbe al 3% degli stupri, e se anche ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri opera di stranieri. E invece l’immagine che viene fuori è qualla di stupri in strada ad opera di immigrati".

 Secondo Sabbadini il "non fare i conti con le statistiche esistenti nel Paese può portare ad orientare in modo errato le priorità e il tipo di politiche"; spesso i reati di cui sono autori gli immigrati sono rivolti contro propri connazionali ma – nota Sabbadini – "di questo si parla ancora poco".

La realtà è invece che gran parte delle violenze più gravi subita dalle donne è domestica e quindi nella maggior parte dei casi è opera dei partner italiani.

Uno dei problemi più gravi relativi alla violenza domestica è – secondo Sabbadini – che le donne non la riconoscono: solo il 27,3% delle vittime di stupri dal partner dichiarano che il fatto rappresenta un reato.

Dalle indagini emerge inoltre che solo il 28% dei compagni autori di violenza denunciati sono stati imputati e solo l’8% condannati: la violenza maschile resta dunque impunita. E non si tratta solo di quella a sfondo sessuale.

Pubblicato dicembre 11, 2007 da samuelesiani in Senza categoria

Taggato con ,