Archivio per gennaio 2010

Che fine ha fatto la pandemia di H1N1?   3 comments

Questa sera tarda su La7 dovrebbe esserci un’inchiesta sull’influenza H1N1, oggi caduta nell’oblio. Purtroppo non riesco a recuperare il programma, forse Reality, ma non ne sono certo. Di sicuro si troverà nel sito de La7 da dai prossimi giorni.

Intanto, per riflettere un po’, qualche articolo:

Per prima cosa chi ci ha giovato di più:
Novartis, bilancio record grazie alla pandemia.

Quindi, il ruolo non proprio cristallino dell’OMS, accusata di aver pompato il caso in accordo con le lobbies farmaceutiche:
H1N1 e vaccini, partono le inchieste sull’OMS.

Infine, per tornare a casa nostra, la gestione vergognosa della vicenda da parte del Governo Berlusconi:
Un’influenza trattata in silenzio, un articolo di Nerina Dirindin, docente  di Economia Pubblica all’Università di Torino, che ci parla anche dell’uso del segreto di stato.

Il virus H1N1 festeggia in questo inizio di nuovo annoi suoi primi dodici mesi di vita e lo fa con un bilancio pieno di sorprese, del dott. Carlo Stanislao, in particolare, nel riferimento al fatto che si vogliono donare i vaccini in più ai paesi del sud del mondo… Non solo inutile, ma dannoso.

Il ministro Sacconi e il conflitto d’interessi sull’influenza suina, un caso tanto scandaloso, quanto quello del ministro/imprenditore Lunardi nei confronti della TAV.

L’influenza H1N1 ha fatto un gran bene. Alle aziende farmaceutiche di tutto il mondo. Le gravi responsabilità dei media. Chi ha manipolato le notizie?, ultimo articolo, ottimo, che tratta anche delle responsabilità dei media e la resistenza dei medici di base.

Buona lettura.

Pubblicato gennaio 31, 2010 da samuelesiani in Senza categoria

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Delbono e la sinistra in Italia   2 comments

La vicenda del sindaco di Bologna denota con uno spietato realismo, quanto sia reazionaria, bigotta e conservatrice la sinistra in Italia.

Altro che sperare nei diritti civili con questa mentalità; siamo rimasti fermi a Pasolini buttato fuori dal PCI  prima del processo.

Pubblicato gennaio 26, 2010 da samuelesiani in Senza categoria

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La volpe del tavoliere è morta (politicamente)   5 comments

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Scrivevo tempo fa che D’alema sta distruggendo quel che resta della sinistra.

Forse però non vi è del tutto riuscito. La Volpe del tavoliere, che per poco riusciva con uno straordinario cappotto (perdere il comune di Bari chiedendo ad Emiliano di sostituire Vendola per far contenta l’UdC, e ovviamente perdere la stessa regione Puglia, per aver voluto defenestrare l’ex governatore senza motivo), ha preso il più sonoro degli schiaffi nella sua esperienza politica. Vendola non ha vinto sul suo candidato, Boccia: ha stravinto.

Segno che la base ne ha le palle piene di chi si crede intelligente e ottimo stratega, senza averne azzeccata una da vent’anni.

Segno che c’è la volontà di riformare il centro-sinistra, di raggruppare le forze. Non la necessità di alleanze a tavolino che snaturano la politica e non considerano il territorio. Passione, non calcoli da ragioniere, forse anche sbagliati.

Questa è la risposta del popolo delle primarie di ieri.

Non credo che un uomo saccente e auto-referenziale come D’alema vorrà ammetterlo. Non da un uomo che pochi giorni fa dichiarava “Io non ho mai perso un’elezione, non ho mai perso un congresso.
Aspettiamo di vedere come va a finire e poi ne riparliamo”,
 ma sarebbe il caso che qualcuno al suo fianco gli chiedesse, questa volta, di farsi da parte per davvero. Magari lo stesso Boccia, che ci ha messo la faccia e se l’è rotta. Altro che Copasir (a meno che quello non sia il deposito dei perdenti e futuri fuoriusciti: fino a pochi giorni fa, c’era Rutelli il campione che ha fatto perdere Roma!).

La Puglia ci dice che c’è dunque bisogno e voglia di ripartire a sinistra, con rispetto verso chi ha fatto bene e verso il popolo degli elettori. Ma la Puglia ci dice anche un’altra cosa: che il suo figlio illustre, è ormai un ostacolo a quella ripresa.

Pubblicato gennaio 25, 2010 da samuelesiani in Senza categoria

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Steve McCurry, MIlano, fino al 28 febbraio   5 comments

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Fino al 28 febbraio al Palazzo della Ragione a Milano è in mostra una grande esposizione di Steve Mc Curry. Credo che un po’ tutti conoscano il celebre per il ritratto della bambina afgana, che con curiosità e una sconfinata profondità, troppa per la sua età, si rivolge all’obiettivo. Foto che poi era stata pubblicata sulla copertina del National Geografic.

Tutta la sua opera è straordinariamente intensa. Ciò che esce da ogni suo singolo scatto è il rispetto verso il soggetto, sia esso un bambino, sia esso un vecchio, sia esso un animale. Nelle tante foto da teatri di guerra, non vi è compiacimento del dolore, né esibizione della morte. Nei suoi scatti, la guerra, lo strazio, possono uscire in modo altrettanto forte dallo sguardo di un bambino che pare bucare la fotografia.

Mc Curry fotografa la realtà del mondo con sguardo compassionevole, di chi non si pone a livello più alto, da privilegiato, ma alla pari (qui, altre descrizioni di un blogger).

Tutti queste opere, per lo più ritratti, sono poi restituiti attraverso un uso straordinario e fortissimo del colore, anche questa una cifra stilistica dell’autore.

 

Qualcosa sulla mostra e qui vengono le note negative. L’allestimento ad opera di Peter Bottazzi è vergognoso. Non vi è alcun percorso e ci si deve girare di continuo come trottole in uno spazio evidentemente troppo piccolo per il numero delle opere. Alla fine hai la sensazione, la certezza!, che qualcosa in quel casino ti sarà sfuggito tuo malgrado. Rarissime e generali le didascalie. Molte illuminazione non funzionavano lasciando molte foto al buio (ma come si fa). Dava l’idea di un circo all’ultimo spettacolo…

Ho poi letto in quell’allestimento, il gusto intellettualoide di far sembrare che lo spettatore fosse al pari delle persone ritratte nelle foto: che la signora tipo milanese si confondesse con questa umanità, con le donne in burqa. La mia risposta: ma VAI A CAGARE e fammi fruire degnamente di queste foto.

Il giudice Tosti e la battaglia per la laicità   9 comments

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Quest’oggi i si giocherà un’altra interessante partita sul tema della laicità in Italia.

Il Consiglio Superiore della Magistratura dovrà giudicare amministrativamente l’operato del giudice Luigi Tosti, il magistrato che, dal 2005, si è rifiutato di tenere udienze in Tribunali in cui fosse esposto un crocifisso (e che per questo motivo è tutt’oggi sospeso dal servizio e con stipendio ridotto).

La Cassazione lo ha completamente assolto dall’accusa di rifiuto di atti d’ufficio e vista anche la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che si è recentemente pronunciata a favore della signora Lautsi sarà interessante leggere la decisione del CSM che si trova di fatto ad avere due scelte di fronte a sé: o colpire il giudice Tosti, riconoscendo una sorta di obiezione di coscienza che vale di fatto solo per i cattolici (siano questi farmacisti, medici, tranvieri, etc.) o dargli ragione. Dandogli ragione, si creerebbe un secondo caso crocifisso. E dopo la scuola, si parlerebbe anche di togliere i crocifissi dai Tribunali.

Personalmente ritengo Tosti un uomo coraggioso che sta combattendo in modo solitario una battaglia di laicità per il nostro paese.

 

Vorrei anticipare un’obiezione che si sente speso in giro (la modalità è quella del blogger Leonardo): “ma sì, è solo un simbolo che non fa male a nessuno, non sono quelle le ingerenze della Chiesa sul nostro paese”. Ecco, io credo che sui simboli si sono basate e si basano molte battaglie. Ritengo sia ancor più necessaria, imprescindibile questa, perché il simbolo di cui si parla – quelle tradizioni tanto sbandierate e care ai clericali – è stato imposto per legge con una circolare del ministro Alfredo Rocco, in pieno fascismo (Ministero di Grazia e Giustizia, Div. III, del 29.5.1926 n. 2134/186): “Prescrivo che nelle aule di udienza, sopra il banco dei giudici e accanto all’effige di Sua Maestà il Re sia restituito il Crocifisso, secondo la nostra antica tradizione”.

Quale antica tradizione intendesse, considerato che il prima a cui si riferisce deve essere senz’altro a prima dell’Unità d’Italia, il ministro Rocco non ce lo dice. Come non ce la raccontano tutta i clericali di oggi, gli atei devoti, ma neppure i pochi cardinali che tutti dicono moderati.

 

Aggiornamento: Tosti è stato radiato dall’ordine. Ora si porterà la questione di fronte alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. L’Italia si farà l’ennesima figura di merda, di asserviti al Vaticano. Ma la partita non è finita.

SOLIDARIETA’ AL GIUDICE TOSTI

A single man: l'insostenibile eleganza di Tom Ford   4 comments

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Nell’aprile del 1999, Mario Fortunato, che incontravo ad una presentazione di quello che era, all’epoca, il suo ultimo libro, mi siglava con la sua spigolosa firma, il suo libro Amore, romanzi ed altre scoperte. Era un libro autobiografico, all’interno del quale l’autore aveva inserito pagine da autori che amava o libri che avevano accompagnato un determinato momento della sua vita.

Da quel suo raccontarsi venivo a conoscenza di libri e autori straordinari: ricordo Le Onde, di Virginia Woolf, un testo affascinante, ma così complicato da non riuscire mai a finirlo.. ricordo pagine di Forster, di Gide, di Proust. Era una sorta di viaggio d’iniziazione, anche nell’ambito della cultura LGBT, per me che all’epoca non avevo ancora compreso molto di me stesso, nonostante i miei 25 anni.

 

Ricordo che tra le pagine citate ve n’erano alcune di una violenza emotiva straordinaria. Erano tratte da Un uomo solo di Christopher Isherwood e raccontavano il lutto di un uomo che aveva perso il suo compagno. Non avevo ancora conosciuto cosa volesse dire vivere in coppia, che quelle pagine riuscivano a mostrarmi lo strazio della perdita.

 

Dopo più di dieci anni, quelle pagine sono state trasportate nel linguaggio cinematografico da Tom Ford nel film A single man, che io ho visto ieri sera.

Gli attori principali sono veramente toccanti: Colin Firth riesce a dar vita ad un uomo dolente e segnato dal lutto in modo veramente intenso e senza sbavature; Julienne Moore è perfetta nella parte di una donna che sembra aver perso tutto (compreso la dignità), prigioniera di un castello dal quale non può più uscire.  

Ma qualche dubbio me l’ha generato la regia, forse troppo elegante, troppo affettata. Ralenti continui si mescolano a flashback con una fotografia che cambia a seconda di quello che si racconta (luminosa per il passato, quasi sgranata nel descrivere il presente). Poteva essere una buona regia, ma la sensazione è che Ford punti ad un registro alto, quasi d’artista, che spesso rende stucchevole, artificiale il film.

Così come, gli anni ’60 in cui è ambientato il film sono descritti con una dovizia di particolari che in qualche modo soffoca la trama che prima di tutto è il racconto di un’assenza.

 

Ciò che ho pensato è che Tom Ford descriva in fondo il suo mondo, ciò che ha sotto i suoi occhi, fatto di abiti stupenti, perfettamente tagliati, di case da milioni di dollari e mobili di pregio. Non gliene si fa una colpa, è una semplice constatazione.

Fatto sta che tutto questa perfezione, tutta questa “bellezza” trattiene paradossalmente il film un po’ più a terra.  

Il lupo in calzoncini corti   2 comments

Una bella segnalazione, che mi arriva da un’amica. Io do una mano. Voi?


I gay sono costituzionalmente sterili.
Questo è ciò che vorrebbero farci credere in Italia.

E’ tempo di ascoltare la voce delle famiglie omogenitoriali italiane. E’ tempo di ascoltare la voce dei loro figli. Quei figli che non dovrebbero esistere.

“Il lupo in calzoncini corti” parla di loro. Anzi di più. Sono loro stessi a raccontarsi in questo film documentario che da due anni vive e cresce spalla a spalla con tre di queste famiglie e i loro bambini.

Un film lungo e complesso proprio per la necessità di scavare in profondità e raccontare cosa vuol dire essere figli di omosessuali. Un documentario in cui è la vita stessa che racconta, con i suoi tempi e la sua quotidianità, con le piccole soddisfazioni e le grandi lotte.

Perché queste voci e questi volti raggiungano più italiani possibili bisogna bypassare l’industria televisiva e cinematografica. Bisogna forzare le regole per arrivare dove la produzione televisiva pone i suoi limiti.

Produzione dal basso, appunto. Dove siamo tutti noi, spettatori, a supportare il progetto e decidere in questo modo quali contenuti privilegiare.

Un gesto partecipativo per portare alla luce storie di ordinaria discriminazione, storie di un’Italia invisibile.


Cerchiamo un pubblico che smetta per un attimo di essere l’anello finale di una catena di montaggio ed acquisti un ruolo attivo, esercitando il suo potere decisionale.
Un pubblico che contribuisca direttamente alla produzione del documentario con il pre-acquisto del Dvd
prima della fine della sua realizzazione.

14 euro adesso per permettere al film di raggiungere le sale cinematografiche e i palinsesti televisivi tra poco più di un anno.
14 euro per contribuire consapevolmente e direttamente alla produzione di un lungometraggio che mostrerà agli italiani ciò che i nostri politici continuano ad ignorare.

370 Dvd pre-acquistati.
Ma il lupo ha davanti a sé ancora molta strada da fare…

Pre-acquista Ora!