Una testimonianza dal Messico   1 comment

Foto di Rafael Dorantes


Un amico italiano, che da qualche tempo vive e lavora in Messico, tiene con i suoi amici una corrispondenza della sua permanenza nel paese latino, in quello che è il suo diario di viaggio.
E’ interessante per me leggere le sue riflessioni, perché, oltre al lato personale, mi permette di guardare quasi dall’interno – pur  consapevole della soggettività dello sguardo – una realtà che non conosco, se non superficialmente.

In un passaggio della sua ultima mail descrive la drammatica situazione della frontiera con gli USA. Che la questione  immigrati fosse critica, è un qualcosa che anche qui sappiamo. Ma dalle sue parole emergono ulteriori dettagli che vorrei condividere con chi si trova a passare di qui. Nella speranza che ci servano a metterli anche in relazione con quanto capita e non sappiamo, per esempio, in Libia.

A lui, quindi, la parola. Lo ringrazio per avermi autorizzato a riportare qui, questo passo della sua mail.


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E’ mentre mi trovo ancora in Ecuador che leggo le prime notizie di un ennesimo crimine nella caldissima frontiera tra Messico e Stati Uniti. Quest’estate un evento che aveva attratto l’attenzione era stato l’uccisione di un adolescente messicano disarmato da parte di una guardia di frontiera mentre cercava di passare dall’altra parte. Ora le vittime sono più di settanta e si tratta di migranti di tutti i paesi del Centro/Sud America che cercavano di arrivare negli Usa. Il primo a dare notizia del massacro è stato un ecuadoriano, scampato perché creduto morto, poi a lui si è aggiunto un’altra persona di cui si è saputo poco; nel suo paese è stato trasportato e posto sotto tutela d’anonimato, perché non venga colpito come testimone scomodo dai narcos messicani. Qualcuno ha avuto la faccia tosta di rimproverare l’Ecuador per il clamore dato alla cosa, sostenendo che questo avrebbe nuociuto alle indagini.

In realtà si è scoperta molta spazzatura sotto il tappeto, perché sembra siano centinaia i corpi ritrovati nelle fosse comuni in cui vengono sepolti gli indocumentados finiti tra le spire della delinquenza organizzata e decine di migliaia le vittime di rapine, rapimenti e violenze. Ovviamente i clandestini sono in una posizione di estrema ricattabilità e se vengono da un altro paese sono trattati peggio dei messicani, che da decenni rischiano la vita all’inseguimento del sogno che sta lì appena dietro la frontiera. Si sapeva che quelli che cercano di passare sono minacciati su molti fronti: il deserto che asseta ed uccide, le guardie di frontiera sia messicani che Usa, che fanno un crudele gioco delle parti, ed i "polleros" che hanno pagato per aiutarli ad arrivare a destinazione ma spesso li ricattano o li abbandonano. Fin qui, a parte il diverso ambiente di contorno (cactus e deserto invece che flutti del mare) non molto distingue il loro destino da quello dei clandestini che cercano di sbarcare in Italia o in Spagna pensando di lasciarsi alle spalle la disperazione che invece assumerà solo altre forme.

 

Questo episodio però ha fatto emergere ancora altri orrori, amplificati da una gestione che ha destato scandalo nei vari paesi latini da cui le vittime provenivano per l’incuria irresponsabile anche nella restituzione delle loro salme. I primi reportage su qualche rivista messicana, sopratutto "Proceso" e "Milenio", ha scoperchiato un vero e proprio orrore. Come per esempio il dramma di chi attraversa il Messico su un treno verso Nord e viene rapinato, minacciato, ucciso, violentato, rapito. Si rapito, specie vicino alla frontiera e se ha commesso di lasciar trapelare di avere parenti che l’aspettano negli Usa. Siamo abituat@ a pensare a rapimenti di benestanti, ma in questo caso si trae vantaggio dal numero e dall’assenza di rischio. Nessuno può tutelare un clandestino rapito, fuori legge per tutti e ricattabile da ciascuno; quindi se qualcuno può inviare anche una cifra modesta (da 300 a 1500 dollari) ha salva la vita, altrimenti finisce nella fossa comune. Testimonianze parlano di passaggi di mano tra polizia di frontiera che arresta e narcos, in questo caso sopra tutto del cartello "Zeta", che svolgono la parte più sporca del lavoro ma sono di fatto in combutta.

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Una risposta a “Una testimonianza dal Messico

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  1. Quanto succede tra le relazioni Italia/Libia è cosa nota, o meglio è lo stesso leader libico a spiegarcelo anche se tra le righe. Ricordi quando minacciò l'italia e l'europa che se non avesse ricevuto una certa somma di denaro avrebbe aperto le frontiere? ecco questo è quello che probabilmente accade pure tra sudamerica e america.Gians

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