Leumann in risposta a Marchionne   9 comments

Alle porte di Torino, sulla antica strada di Francia (oggi corso Francia, che collega il capoluogo piemontese alla città di Rivoli), si trova un villaggio operaio noto come Villaggio Leumann.

Il villaggio, voluto dall’illuminato imprenditore svizzero Napoleone Leumann, viene realizzato tra il 1892 e il 1914 dal più importante esponente del liberty piemontese, Pietro Fenoglio (qui, la mappa interattiva).

Leumann comprende immediatamente che gli operai che lavorano nel cotonificio, già avviato dal padre, facevano fatica a quel tipo di vita essendo contadini da generazioni: si trattava per lo più di persone analfabete che arrivavano dalla campagna e che non conoscevano altro che i ritmi della natura. 

Andando contro l'idea comune in voga in quegli anni sul tema dell'edilizia per le maestranze che lavoravano nelle industrie – l'idea era quella delle cosiddette “caserme” – decide di realizzare piccole ville indipendenti a due piani, ospitanti ognuna pochi nuclei familiari; tutte le case hanno un giardino privato dove poter coltivare un orto e un lavatoio (Leumann e Fenoglio danno molta importanza all’igiene e all’educazione all’igiene). Il tutto per un affitto simbolico.

Ma non solo: all’interno del villaggio trovano posto vari servizi: la posta, con un appartamento per il direttore al piano di sopra, il circolo per i dipendenti, la mensa, la scuola per i figli (e per i genitori, la sera, perché uno dei motti di Leumann era: “Volete operai produttivi? Istruiteli!”), la cooperativa sociale dove comprare cibo a prezzi ridotti, un teatro, un circolo per fanciulle, un ambulatorio, una palestra.


Per stimolare i suoi dipendenti alla cura delle abitazioni, vengono organizzati premi come quello per il giardino più curato. Chi lo vinceva guadagnava un premio in denaro o una giornata di riposo.

Come ultimo edificio, viene realizzata su volere degli operai, la chiesa cattolica di Santa Elisabetta. Leumann era protestante, ma vuole rispettare le tradizioni religiose degli operai e impiegati del villaggio. Solo si riserva di scegliere il nome della santa cui dedicare la chiesa: Elisabetta, in onore di sua madre.

Nel 1900, all’Esposizione internazionale di Parigi, il panno prodotto dall’opificio Leumann ottiene il gran prix e Napoleone viene decorato con la Legione d’Onore come miglior produttore europeo di stoffe. Nel 1910, Leumann è anche premiato da Giolitti per il suo spirito filantropico. All’invito reale di diventare senatore a vita, che implicava prendere la cittadinanza italiana e convertirsi al cattolicesimo, Leumann risponde garbatamente con un fermo diniego.
Napoleone Leumann si spegne nel 1930, ad 89 anni.
Il cotonificio Leumann gli sopravviverà per oltre 40 anni.

Ancora oggi, le villette di Leumann sono abitate.

 …

Ho sentito il bisogno di rivedere il villaggio, alcuni giorni fa e di raccontarvi questa storia, nel caso non la conosceste.

Con questa esperienza storica che ha saputo coniugare necessità imprenditoriali e diritti per i lavoratori, rispondo al diktat Marchionne e a tutti quei progressisti alla Fassino (che ci parla di “scommessa per Torino”) e alla D’alema (che ci dice che “decideranno i lavoratori con il referendum”, come se questi non avessero già una pistola alla testa).

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Pubblicato gennaio 10, 2011 da samuelesiani in da chi imparare, povera patria, torino

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9 risposte a “Leumann in risposta a Marchionne

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  1. Conosco bene il villaggio Leumann, è bellissimo; anche per via del profumo di utopia realizzata che  si riesce ancora a cogliere.
    Qualcosa del genere, anche se con diversi presupposti, nel Canavese di Olivetti.  Peccato sia poi finito tutto, in entrambi i casi.

    Gan

  2. Vero. Olivetti è stato tra i primi a volere una mensa, dove per altro mangiavano insieme operai, impiegati, quadri…

    Già, tutto finito. L'Olivetti è stata abbandonata, mentre fiumi di soldi sono stati versati per gli Agnelli. Mi chiedo: come sarebbe il nostro paese se fosse stata fatta la scelta opposta? Se si fosse scommesso sui computer anziché sull'auto?

    Ciao gan

  3. Questo è senz'altro un esempio particolarmente articolato, ma in generale c'è stata un'epoca in cui chi aveva un'industria si sentiva almeno in parte investito della responsabilità della qualità della vita degli operai, che oggi sono solo un fastidio.
    Quando ero bambina mi stupivo che i miei parenti residenti nel Canavese lavorassero tutti all'Olivetti o alla Fiat; oggi, le cose sono decisamente diverse…

  4. Esistono villaggi di questo genere anche attorno le miniere del Sulcis-iglesiente. Ora tutto però è in rovina, il carbone come materia prima per la produzione elettrica è in disuso. dico questo per dire che la Fiat un tempo (vacche grasse) mandava i suoi operai in vacanza per un mese in estate, e in inverno assicurava loro anche la settimana bianca all inclusive a spese degli italiani. Ora le cose sono due, le vacche grasse sono finite, o gli operai accettano le condizioni, o dico che dovrebbero, o il governo italiano sarà costretto a tirar fuori altri soldi per tenere gli stabilimenti in Italia. A me di pagare i dipendenti fiat non mi sta bene.

    Gians

  5. diceva Marchionne:

    "Mi sono limitato a dire quello che penso e che molti dovrebbero già sapere. E cioè che il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento e dunque è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi. Se avessi tagliato metà dei dipendenti, a parità di volumi, non avrei riportato Fiat Auto al pareggio. Quando si perdono 3 milioni di euro al giorno, come succedeva fino a due anni fa, e uno pensa che sia colpa degli operai vuol dire che ha saltato qualche ponte sulla sua strada. Questi sono metodi che forse possono andar bene nel sistema anglosassone, ma che da noi non funzionano."
    da qui

  6. Ottima segnalazione, Franz.
    Ed era neanche 5 anni fa.

  7. Forrei sommessamente segnalare che a Settimo Torinese c'è una zona che si chiama case Fiat, e ci sono a Torino le case Fiat di via Candiolo e di Corso Giambone, costruite dalla fiat di Valletta.

    Cerno non erano casette liberty, ma palazzi anni '60, ma i tempi ed i gusti erano cambiati.

    Adesso non venirmi a dire che Valletta era più bravo di Marchionne eh, 😉

  8. Non conosco il Villaggio Fiat di Settimo.
    Ha gli stessi presupposti di socialità e vivibilità di quello di Collegno?

  9. non conoscevo questa storia di fine ottocento, molto bella, grazie per averla raccontata. però appunto, è una storia di fine ottocento.
    Massimo.

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