Archivio per giugno 2011

La bastarda di Istanbul, un romanzo di Elif Shafak.   Leave a comment

In questo periodo travagliato alla ricerca di una casa, tra case oscene e case perse, di sicuro una boccata di aria pura mi è arrivata dalla lettura de “La bastarda di Istanbul” di Elif Shafak. Anzi, diciamola proprio tutta: questo libro meriterebbe un posto d’onore tra le cose per cui  vivere, come ha scelto meravigliosamente di intitolare il suo blog, Ipitagorici.

Elif Shafak, che per questo libro ha subito un processo – concluso con una sentenza di assoluzione – racconta l’epopea di un popolo, quello armeno, ma non solo: è un viaggio nel tempo, nell’animo, nelle contraddizioni che rendono la Turchia di oggi quello che è, nei segreti di una famiglia, nella solidarietà fra persone. Nella necessità di riconoscere un dramma, ma anche di saper personare.
Ed è un racconto tutto al femminile, nel quale Istanbul, pur non essendo descritta praticamente, è in realtà ovunque: nei cibi, negli odori acri e pungenti delle strade, nella brezza che accarezza i personaggi, nelle loro menti e storie. Silenziosa e onnipresente protagonista di questo splendido romanzo. Che non posso che consigliare a chi passa di qui.
 
A parte: in questa intervista, l’autrice ci spiega il suo punto di vista sull’importanza dell’ingresso della Turchia. E la necessità di “costruire ponti”, perché nessuna cultura può arricchirsi nell'isolamento

Alla guida dell'auto, per protestare contro l'ottusità.   5 comments

[Se c'è qualcuno che ancora passa di qui, in questa landa abbandonata, beh… mi devo davvero scusare. Il fatto è che la ricerca della casa mi sta impegnando non tanto dal punto di vista del tempo. Avrei certo modo di scrivere qualche post. Purtroppo, sento che le mie energie mentali vanno davvero in quella direzione e ho pochissima voglia e forza di scrivere qui. Tuttavia, mi sto segnando delle notizie o delle cose, di cui un giorno vorrò scrivere.

Però oggi, qualcosa provo a scriverlo].


Nascere donna può essere, in molte parti del mondo, decisamente complicato. Persino in Italia, essere donna può esserlo, vista la matrice patriarcale della nostra cultura che poi si manifesta, per esempio, nella bassa percentuale di donne occupate in grosse aree del paese o nell'esigua presenza di donne manager in ruoli chiave in aziende o, anche solo, in politica.

Però nascere donna in paesi in cui vige il fondamentalismo religioso è letteralmente un incubo (ancor più considerato che le grandi religioni monoteiste sono di fatto maschiliste, checché se ne dica e, considerato che le religioni impongono il proprio potere sui fedeli e anche, quando possono, su tutti, anche compiendo quello che potrei chiamare la discriminazione nelle piccole cose, o i divieti assurdi su cibi, bevande, vestiti, divertimenti, gesti di vita quotidiana).
Così in Arabia Saudita, per esempio, dove alle donne, tra l'altro, è fatto divieto di guidare. Perché? Io non ci vedo nessun motivo logico. Non che le religioni siano logiche, questo è palese, ma anche guardando alla dottrina, cosa c'entrano Maometto e il Corano con la guida di un autovettura?

Ebbene, forse sull'onda di quel vento così tanto femminile che è soffiato in Egitto, in Tunisia e in un po' tutto il sud del Mediterraneo, parrebbe che un gruppo di donne stia organizzando un vero e proprio atto di protesta, sfidando il regime politico e religioso, mettendosi alla guida di un'auto

Credo che questo non sia solo un gesto simbolico, ma che possa arrecare loro guai seri. Per questo, gli occhi così spesso distratti dell'opinione pubblica internazionale dovrebbero seguire con attenzione a quanto capiterà a Riad.

Nella speranza che possa essere l'inizio di una nuova era anche per l'Arabia Saudita. Ma potrebbe trattarsi anche di un arresto di massa.

Qui, il gruppo di supporto su Fb (ma ne esiste anche uno di uomini che invitano i mariti a picchiare le moglie attiviste e non permettere loro di partecipare alla manifestazione).

Qui, twitter.

Lady Gaga, il Libano e il Pride Laico   6 comments


Può sembrare un’assurdità e forse proprio lo è. Sta di fatto che l’ultimo album di Lady Gaga non sarà venduto in Libano perché una canzone in esso contenuta, Judas, è stata considerata una grave offesa alla cristianità. E posso proprio immaginare che grave offesa…
In questa piccola notizia di ieri, sta in fondo tutta la cifra del totalitarismo tipico di ogni religione, ovunque nel mondo (perché ogni religione è per sua stessa natura totalitaria): non si vieta, semmai, l’ascolto di Lady Germanotta al gregge dei propri fedeli; e no, si impedisce che venga liberamente venduta nei negozi o che si trasmettano le sue canzoni in radio, perché nessuno abbia il diritto di ascoltare Lady Gaga.
Queste piccole mosse oscurantiste, nell’epoca di internet, fanno però anche sorridere e dimostrano come le religioni, oltre che totalitarie, siano mostruosamente tribali e anacronistiche.
Tuttavia è da rimarcare come uno stato (e lo stesso vale per noi) non sarà mai libero, fin tanto che non metterà da parte quei cancri e parassiti che sono preti, imam, rabbini. Fin tanto che la laicità non sarà l’unica bussola per la vita politica di tutti.
 
Detto questo, è da segnalare che, da tempo, i giovani libanesi non stanno a guardare, né si sottomettono alle manfrine delle varie sette che governano il paese. Tramite qualche contatto di facebook ho potuto notare infatti che esistono già movimenti assai partecipati: uno di questi (qui il gruppo su Fb) ha dato vita al “Pride Laico”, che si è tenuto il 15 marzo scorso. In quella manifestazione, moltissimi giovani hanno marciato in favore della laicità e del secolarismo, come alternative al settarismo che divide e consuma il paese.
 
Non sto a dirvi ancora di come sono sempre più dell’idea che le religioni, con queste piccole imposizioni su cose così private e in fondo piccole – come cibo, musica, cinema, etc. – stanno letteralmente scavando la loro fossa.
 
Da parte mia, preparo il mio attrezzo e per quel poco che posso fare, do qualche colpo di pala.