Archivio per febbraio 2012

Lo schiavo ribelle   1 comment

In una terra in cui vige l’apartheid, una delle cose più incresciose che possano succedere è che uno schiavo, uno di quelli che arriva da una lunga generazione di schiavi, decida di alzare la testa e rompere le catene.
La cosa è ancor più incresciosa, se lo schiavo in questione è stato così ben addestrato che non solo si metteva da solo collare e catene trovandoli perfino non più fastidiosi, ma il suo occhio – come quello degli altri schiavi perfetti – era ormai abituato a non vedere nemmeno più i lividi e le piaghe da questi provocati su collo, braccia e caviglie.
Se tuttavia capita che uno di questi perfetti schiavi arrivi a trovare la forza e la capacità di liberarsi, questo fatto è increscioso non solo per il padrone dello schiavo, di cui si dirà tra poco, ma per la stessa comunità di schiavi da cui proviene. Questi saranno sconvolti dal fatto: come osa mettersi contro il padrone che è così buono? E soprattutto: perché non gli bastano il cibo e il giaciglio offerti in cambio del lavoro? Che cosa altro cerca?
La comunità degli schiavi, molto probabilmente, non si alleerà con lo schiavo ribelle ma, al contrario, lo contesterà, farà di tutto per trattenerlo e, forse, potrà arrivare a denunciarlo.
Useranno contro di lui ogni arma, dal silenzio al ricatto.
Quanto al padrone, il fatto che uno schiavo decida di liberarsi è doppiamente increscioso. In primo luogo perché perderà un lavorante obbediente e ben addestrato (e piegare un nuovo schiavo costa tempo e denaro); in secondo luogo, e cosa ben più grave, ciò che egli perde e che maggiormente lo spaventa è il potere di fronte agli altri schiavi.
Se uno schiavo si libera, altri potranno essere spinti a seguirne l’esempio e tentare di liberarsi. Ciò non è detto e infatti la stragrande maggioranza delle volte non capita; tuttavia, l’esempio di un singolo schiavo che si libera è pernicioso per l’intero sistema collaudato dell’apartheid e per tutti gli altri padroni.
Per questo motivo il padrone dello schiavo ribelle chiamerà a raccolta gli altri padroni e questi verranno. E chiamerà gli schiavi più fedeli e questi verranno. Al fine che allo schiavo ribelle sia fatta cambiare idea. E in fretta. E rientri nei ranghi.
Ma perché il sistema dell’apartheid torni alla sua armonia, lo schiavo ribelle deve tornare spontaneamente, e non solo: deve anche concepire che sia il ricatto, sia la violenza usati per farlo tornare erano in realtà opere per il suo bene. Perché al di fuori fdalla benevolenza del padrone c’è la morte certa.
Se questo non accade, se né il silenzio, né il ricatto e né la violenza potranno servire a farlo tornare spontaneamente, allo schiavo ribelle deve essere fatto il vuoto attorno. Tutti gli altri schiavi devono sapere che la scelta dello schiavo ribelle è stata sbagliata. Che ha perso un giaciglio e un pasto sicuro. Che è in difficoltà. Che andando via ha rubato a tutti qualcosa. E che dunque non è solo un ribelle, ma anche un ladro.
Ma se tutto è andato bene – come talvolta, anche se raramente,succede – lo schiavo ribelle sarà ormai lontano. Tutte le cose che succedono al campo, le voci che vi girano come mulinelli d’aria, non potranno più arrivare a toccarlo.
Ma, soprattutto, avrà cose più serie da fare: rimettersi in forze e procurarsi un giaciglio e un pasto caldo con le proprie mani.
Quel giaciglio e quel cibo saranno le cose più inebrianti del mondo. Fossero anche solo una stuoia di juta e un pezzo di pane.

Due proposte libertarie da Napoli   2 comments

In questi giorni ci arrivano due notizie davvero positive dalla bellissima e complessa Napoli.

La prima è la nascita del registro delle unioni civili. E così anche la città di Totò si arricchisce compiendo un grande gesto di civiltà, in attesa che il parlamento (volutamente scritto in minuscolo) si renda conto che il mondo è molto più avanti.

La seconda, mi sembra un vero e proprio rovesciamento nella cultura bigotta, destrorsa e repressiva degli ultimi governi Berlusconi e duemila della Chiesa cattolica.

Un consigliere di Sel della sesta municipalizzata, consapevole delle rapine e delle violenze subite dalle coppie che si appartano in luoghi isolati, ha proposto di realizzare un love parking, un luogo sicuro e protetto dove i giovani (e meno giovani) possono accedere con le proprie auto per appartarsi in tutta sicurezza. Un luogo cui si accederebbe pagando un ticket, ricevendo un vera e propria piazzola dove potersi fermare con l’auto.

Ok, forse si perde un po’ in fascino, ma devo dire che già adesso nei luoghi dove le coppie si appartano si sta praticamente compressi come nei parcheggi dei centri commerciali. Quindi, che male c’è nel farlo in sicurezza?

Un luogo dove si pensa anche alla distribuzione gratuita di preservativi perché, come ricorda il consigliere Gragnano, “sul nostro territorio si registra il record di mamme giovani“.

“Una riforma per tutti noi”   Leave a comment

Il 9 febbraio scorso, la Camera ha concluso l’iter parlamentare che ha visto approvare il cosiddetto decreto Salva Carceri. Con questo decreto, si pone fine alla vergogna per uno stato democratico degli “ergastoli bianchi”.

Riporto qui uno stralcio dalla newsletter del senatore Pd Ignazio Marino.

[…]con il voto di fiducia del 9 febbraio sul decreto legge sulle carceri: gli ospedali psichiatrici giudiziari chiuderanno il 31 marzo 2013.

E’ evidentemente un passo storico.

I tempi perché le Regioni approntino soluzioni alternative agli attuali manicomi criminali, possono apparire stretti. Ma troppo lunghi sono stati gli ultimi trent’anni, passati da molti a tentare di illuminare quel cono d’ombra lasciato dalla legge voluta da Franco Basaglia nel 1978. La cosiddetta 180, fondamento dei moderni metodi di cura psichiatrica in Italia, non aveva infatti sciolto il nodo dell’assistenza e della tutela delle persone che, ammalate di patologia psichiatrica, avevano commesso un reato. Trent’anni che diventano più di ottanta, se si guardano le fotografie sbiadite che ritraggono il ministro della Giustizia Alfredo Rocco mentre inaugurava uno dei primi manicomi criminali italiani nel 1925.

In questi ultimi giorni su questo provvedimento sono state dette falsità irresponsabili che mirano a generare allarme pubblico. Si vuole gettare discredito su questa riforma e ingannare i cittadini affermando che saranno messi in libertà criminali e serial killer.

Al posto degli Opg sorgeranno veri ospedali da 30 o 40 posti letto, dotati di tutta l’attrezzatura per l’assistenza ai pazienti, con infermieri, medici, psichiatri. Non è stata sottovalutata affatto la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini, per cui all’esterno dei centri di cura la sorveglianza sarà assicurata dalla polizia penitenziaria. Basterebbe leggere la norma per rendersene conto.

Questa riforma sarà finanziata con 273 milioni in due anni, di cui 180 destinati alla realizzazione dei nuovi luoghi di cura e 93 all’assunzione di personale qualificato.

Negli attuali Opg, secondo i dati della commissione parlamentare d’inchiesta sul Servizio sanitario, ci sono circa 1.400  persone di cui più di 900 riconosciute ancora pericolose per sé e per gli altri: saranno loro ad essere trasferite nelle nuove strutture. Altre 500 circa, invece, sono ritenute non più socialmente pericolose e hanno il diritto di uscire ma, di fatto, non riescono a varcare la soglia dell’Opg, dove alcuni sono chiusi contro la legge anche da trent’anni, veri ergastoli bianchi. Non hanno un posto dove andare e continuano ad aspettare che lo Stato, la Regione o il Comune si ricordi di loro e li accolga in una struttura.
Per loro deve valere un principio essenziale, affermato dalla Corte costituzionale: le esigenze di tutela della collettività non possono mai giustificare misure tali da recare danno alla salute del malato, quindi la permanenza negli ospedali psichiatrici giudiziari che aggrava la salute psichica dell’infermo non può proseguire. Queste persone dovranno essere dimesse e assistite sul territorio dai dipartimenti di salute mentale. Parliamo di meno di venticinque persone, in media, per Regione.Non è una missione impossibile, ma se tale si dovesse rivelare per alcune Regioni, lo Stato interverrà, individuando una soluzione per ciascun paziente.

Ecco cosa vuol dire chiudere gli Opg. Una sanità degna di questo nome e la garanzia di una sorveglianza esterna, nel pieno rispetto della comunità e delle vittime dei folli autori di reato. Questa non è una riforma “per i criminali”, come qualche senatore della Lega ha urlato. È una riforma per tutti noi, per riconoscerci in uno Stato che offre il rispetto che chiede. Perché la malattia mentale non resti uno stigma del quale avere paura.

Una buona notizia dagli Stati Uniti. Anzi, due.   2 comments

Il mio blog langue, lo so.  E a mia discolpa, non posso neppure dire che mi è nato un figlio, come a Malvino.

Però ci torno, questa volta ancor con meno pretese, senza l’idea di avere con lui un rapporto fisso. Diciamo che sarà piuttosto un amante consapevole del fatto che passerò a trovarlo una o due volte al mese. Forse.

Ma passiamo all’oggetto del post. Dagli Stati Uniti ci arrivano due notizie decisamente positive in tema di diritti civili.

Il primo: in California, un referendum aveva vietato alle coppie omosessuali di sposarsi. Ebbene, qualche giorno fa la Corte d’Appello ha abolito il divieto. Ora la palla passa alla Corte Suprema, nella speranza che sia libera da ideologie nella sua capacità decisionale.

Una seconda buona notizia ci arriva dalla volontà di Obama di far sì che le compagnie assicurative possano coprire le spese sanitarie, anche se i datori di lavoro si oppongono perché “No woman’s health should depend on who she is, or where she works, or how much money she earns“.

Questo significa che i dipendenti degli enti collegati alla Chiesa Cattolica potranno, per esempio, fare ricorso alle assicurazioni in ambito di contraccezione (e immagino anche per l’aborto). Cosa che ha fatto ovviamente infuriare le associazioni, i vescovi etc. che vogliono ovviamente dettar legge sulle vite e sulle morti degli altri. Amen.

Vedremo cosa succederà in futuro. Intanto rimetto in stand by il blog.