Lo schiavo ribelle   1 comment

In una terra in cui vige l’apartheid, una delle cose più incresciose che possano succedere è che uno schiavo, uno di quelli che arriva da una lunga generazione di schiavi, decida di alzare la testa e rompere le catene.
La cosa è ancor più incresciosa, se lo schiavo in questione è stato così ben addestrato che non solo si metteva da solo collare e catene trovandoli perfino non più fastidiosi, ma il suo occhio – come quello degli altri schiavi perfetti – era ormai abituato a non vedere nemmeno più i lividi e le piaghe da questi provocati su collo, braccia e caviglie.
Se tuttavia capita che uno di questi perfetti schiavi arrivi a trovare la forza e la capacità di liberarsi, questo fatto è increscioso non solo per il padrone dello schiavo, di cui si dirà tra poco, ma per la stessa comunità di schiavi da cui proviene. Questi saranno sconvolti dal fatto: come osa mettersi contro il padrone che è così buono? E soprattutto: perché non gli bastano il cibo e il giaciglio offerti in cambio del lavoro? Che cosa altro cerca?
La comunità degli schiavi, molto probabilmente, non si alleerà con lo schiavo ribelle ma, al contrario, lo contesterà, farà di tutto per trattenerlo e, forse, potrà arrivare a denunciarlo.
Useranno contro di lui ogni arma, dal silenzio al ricatto.
Quanto al padrone, il fatto che uno schiavo decida di liberarsi è doppiamente increscioso. In primo luogo perché perderà un lavorante obbediente e ben addestrato (e piegare un nuovo schiavo costa tempo e denaro); in secondo luogo, e cosa ben più grave, ciò che egli perde e che maggiormente lo spaventa è il potere di fronte agli altri schiavi.
Se uno schiavo si libera, altri potranno essere spinti a seguirne l’esempio e tentare di liberarsi. Ciò non è detto e infatti la stragrande maggioranza delle volte non capita; tuttavia, l’esempio di un singolo schiavo che si libera è pernicioso per l’intero sistema collaudato dell’apartheid e per tutti gli altri padroni.
Per questo motivo il padrone dello schiavo ribelle chiamerà a raccolta gli altri padroni e questi verranno. E chiamerà gli schiavi più fedeli e questi verranno. Al fine che allo schiavo ribelle sia fatta cambiare idea. E in fretta. E rientri nei ranghi.
Ma perché il sistema dell’apartheid torni alla sua armonia, lo schiavo ribelle deve tornare spontaneamente, e non solo: deve anche concepire che sia il ricatto, sia la violenza usati per farlo tornare erano in realtà opere per il suo bene. Perché al di fuori fdalla benevolenza del padrone c’è la morte certa.
Se questo non accade, se né il silenzio, né il ricatto e né la violenza potranno servire a farlo tornare spontaneamente, allo schiavo ribelle deve essere fatto il vuoto attorno. Tutti gli altri schiavi devono sapere che la scelta dello schiavo ribelle è stata sbagliata. Che ha perso un giaciglio e un pasto sicuro. Che è in difficoltà. Che andando via ha rubato a tutti qualcosa. E che dunque non è solo un ribelle, ma anche un ladro.
Ma se tutto è andato bene – come talvolta, anche se raramente,succede – lo schiavo ribelle sarà ormai lontano. Tutte le cose che succedono al campo, le voci che vi girano come mulinelli d’aria, non potranno più arrivare a toccarlo.
Ma, soprattutto, avrà cose più serie da fare: rimettersi in forze e procurarsi un giaciglio e un pasto caldo con le proprie mani.
Quel giaciglio e quel cibo saranno le cose più inebrianti del mondo. Fossero anche solo una stuoia di juta e un pezzo di pane.
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Una risposta a “Lo schiavo ribelle

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  1. Inviamo anche un’aggiunta in inglese:
    un link http://www.lettersofnote.com/2012/01/to-my-old-master.html

    Il problema filosofico che si e ci pone credo sia un passaggio fondamentale nell’individuo perché è vero che quella comunità è, in primo luogo, dentro di sé. E se con difficoltà è possibile rompere le catene, ancora non si sa pienamente e coscientemente rispondere alle ultime domande sollevate dalla sua riflessione.

    Consideriamo utle mandare “in giro” questo scritto perché corrisponde ad un problema basilare che in questo momento riguarda simbolicamente persone sofferenti ma ancor più perché si tratta di un problema “filosofico” di amplissimo respiro su cui lavoranre anche per via teorica.
    Entriamo in merito.
    “La comunità degli schiavi, molto probabilmente, non si alleerà con lo schiavo ribelle ma, al contrario, lo contesterà, farà di tutto per trattenerlo e, forse, potrà arrivare a denunciarlo.
    Useranno contro di lui ogni arma, dal silenzio al ricatto.”

    Il problema “filosofico” è che la “comunità” può anche esser costituita dall’interiorità soggettiva: senza punto di riferimento di “forza” – non importa se con conseguente prepotenza – sevci si priva di questa BASE si diventa preda dei DUBBI, delle incertezze, e si perdono delle capacità che POTEVANO SEMBRRE di libertà, indipendenza di giudizio, capacità di contrapposizione, autonomia.
    E’ nella vita normale – NORMALISSIMA – nell’evolvere delle normali fasi di sviluppo quanto dovrebbe succedere nel passaggio alla VITA ADULTA, nel passaggio da “FIGLI” a potenziali “GENITORI”, da sottoposti non a “capi” e “capetti” ma a leaders a decision makers – termini questi che, guarda caso, in italiano questi termini in pratica non esistono.
    Per poter passare da un appoggio all’altro nella selva dei dubbi gli adulti “devono / dovrebbero” aver molta più fantasia dei “figli”, meno capricci e/o metafore senza costrutto.
    E’ un prezzo che si paga… Quanto costa la “legge morale dentro di noi”? Però d’aktra parte quanto costano in generale oggettivamnte le conseguenze di fatti provocati o lasciati accadere non importa se con intenzione o senza? Quanto costano il non appoggio e/o la non protezione/copertura forniti a chi ne ha veramente BISOGNO ora e tanto più ne aveva “da cucciolo”?

    (Come “chicca” finale rivelante la pochezza dell’ambiente umano in generale, abitato da questa miriade di “cuccioli mal cresciuti” segnaliamo che nel titolo del sito e del libro “Bambini di ieri= adulti di oggi. Adulti di oggi -> adulti di domani” la parola “adulti” come tale chiama a raccolta navigatori dai siti porno in cerca di chissà quale “ardita leccornia” si sessualità stravagante!)

    dr.Anna Fubini per Associazione contro abusi

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