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Un ritorno dell’eroina e del buco per strada?   2 comments

Quand’ero ragazzino, stiamo parlando della seconda metà degli anni Ottanta, avevo una grandissima passione per i fumetti di Diabolik. Con un fidato amico, i sabati pomeriggi eravamo soliti prendere un treno che dal paese in cui abitavamo ci portava a Torino. Lì, in quella che all’epoca ci sembrava una metropoli, ci recavamo in alcune bancarelle di fumetti in via Sacchi, a poche centinaia di metri dalla stazione di Porta Nuova, alla ricerca di numeri mancanti del nostro amato Diabolik. Quella che per noi era già un’avventura, non era in fondo nulla di che. I nostri genitori ci lasciavano andare tranquilli e noi facevamo le prime esperienze sul mondo.
È proprio in quelle trasferte a Torino che ho avuto per la prima volta la consapevolezza di cosa fosse la droga. E del resto, era impossibile non accorgersene. Attorno alla stazione era davvero facile vedere ragazzi e ragazze intenti a bucarsi tra le auto parcheggiate, o strafatti camminare come zombie. Per terra si trovavano sempre siringhe e ricordo che eravamo soliti  fare molta attenzione a dove e come si camminava, per non pestarne o, peggio, cadere sopra una siringa.
Erano in fondo gli anni in cui Luca Carboni cantava “Silvia lo sai, lo sai che Luca si buca ancora”… ma a dirla proprio tutta, non c’era probabilmente una famiglia, nemmeno nei paesi, che non avesse  conoscenza diretta di qualcuno che si era finito nella droga, se non addirittura un parente.

Circa un decennio dopo, mi sono trasferito a Torino. Per quanto riguarda l’eroina ricordo che le cose erano già decisamente cambiate. Era molto più difficile incontrare in giro eroinomani. Le strade si erano ripulite dalle tante siringhe e gli eroinomani si erano spostati, quasi ghettizzandosi, in altri luoghi, tra cui un parco detto, per questa ragione, “Tossic Park”.
Ma al di là di questo, era proprio cambiata la concezione sull’eroina. Era considerata fra noi ventenni una sorta di droga per poveracci, per chi dalla vita non aveva ottenuto che guai (la cocaina, altrettanto pericolosa ma con meno stigma sociale e meno invasiva almeno sul fisico, stava invece prendendo piede, come l’ecstasy. Lo stesso fatto che queste droghe non si iniettino, ma si assumano con altre più facili e immediate modalità, le ha rese assai più fruibili e più “adatte ai tempi”).

Tuttavia, da qualche mese sto notando un ritorno di quei vecchi riti che sembravano ormai dimenticati. Sto rivendendo molte persone far uso di eroina in strada e in alcune vie si stanno già vedendo le siringhe utilizzate. È vero che, almeno a Torino, la giunta Chiamparino ha campiuto molte azioni di ordine pubblico al Tossic Park, letteralmente compiendo sgomberi e transennando il parco, con la conseguenza che, senza vere politiche di prevenzione o quantomeno di riduzione del danno, i consumatori di eroina si sono spinti in altri luoghi e altre zone.
Ma c’è da dire che queste operazioni sono avvenute nel 2009 e oggi siamo nel 2012.
Allora mi domando se la crisi che morde non stia portando molte persone a far uso di quel tipo di droga. Secondo varie fonti rintracciabili in rete, sembrerebbe di sì. E sembrerebbe che i trafficanti di droga stiano puntando ai giovanissimi con una eroina la cui assunzione può avvenire sniffando e non più o solo tramite siringa.
Tuttavia quello che ho potuto appurare personalmente è proprio il ritorno al “buco per strada”, in mezzo alla gente. Le stesse scene che vedevo da ragazzino e che mi lasciavano turbato. Se così è: qualcosa sta cambiando, soprattutto a livello culturale, su questa droga?
Vi siete accorti di qualcosa di simile nelle vostre città?

Pubblicato ottobre 15, 2012 da samuelesiani in mondotondo mondoquadro, torino

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Il cardinal Nosiglia e Halloween   4 comments

Nei giorni della vigilia e della festa di Ognissanti, il TG3 Piemonte (diventato, per l'occasione, il TG3 Diocesi del Piemonte) ci ha puntualmente informati del fastidio del nuovo vescovo di Torino, monsignor Noviglia, nei confronti della festa di Halloween, poiché la festa non appartiene alla nostra tradizione ma a quella americana (qualcuno lo informi che è una festa celtica e non americana, grazie).
Probabilmente, quella stessa tradizione per la quale il precedente vescovo di Torino, il cardinale Poletto, ci avvertiva che "la città non è pronta a mescolare campanili e minareti" (ora, con la sentenza del Tar, Poletto e i leghisti sono stati messi al loro posto).

Un ateo mangiapreti come me non può che sorridere amaro del fatto che il principale esponente torinese di una delle più pestilenziali scaramanzie che continuano a tenere il mondo, o gran parte di esso, in schiavitù e nel conservatorismo più cieco, si permetta di contestare una festa assolutamente innocua quale Halloween.

In pratica, i rappresentanti di quella religione che ha nel suo repertorio da circo la liquefazione del sangue di San Gennaro, il sudario di Giesù, e tutta una serie di reliquie, ossa, capelli, denti da baciare, si sentono offesi dal "trick or treat" dei bambini?

 

Nota a margine: in Francia, ad Avignone, un gruppetto di allegri cattolici hanno distrutto un'opera di Serrano che rappresentava un piccolo crocifisso immerso in un barattolo d'urina (qui sopra). Sempre in Francia, ma a Parigi, è stato dato fuoco alla sede di un giornale satirico che si era permesso di indicare Maometto come vicedirettore in un numero speciale sulla vittoria dei fondamentalisti in Tunisia.
Questo è il mondo in mano ai religiosi: un mondo di merda.

Teatro di strada a Torino   3 comments

Pur sempre incasinato nel mio quotidiano, non posso non passare di qui per segnalare che per tutta questa settimana, Torino si rallegra con il decimo festival di teatro di strada, che per altro ha un titolo così bello: Just for joy.

Ieri ho visto l'inaugurazione, al Lingotto e ok, non siamo ad Avignone, ma non è male comunque.

Nel link, il sito ufficiale e tutto il programma. Fino al 18 settembre.

Pubblicato settembre 10, 2011 da samuelesiani in Appuntamenti, cinema arte e roba simile, torino

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Leumann in risposta a Marchionne   9 comments

Alle porte di Torino, sulla antica strada di Francia (oggi corso Francia, che collega il capoluogo piemontese alla città di Rivoli), si trova un villaggio operaio noto come Villaggio Leumann.

Il villaggio, voluto dall’illuminato imprenditore svizzero Napoleone Leumann, viene realizzato tra il 1892 e il 1914 dal più importante esponente del liberty piemontese, Pietro Fenoglio (qui, la mappa interattiva).

Leumann comprende immediatamente che gli operai che lavorano nel cotonificio, già avviato dal padre, facevano fatica a quel tipo di vita essendo contadini da generazioni: si trattava per lo più di persone analfabete che arrivavano dalla campagna e che non conoscevano altro che i ritmi della natura. 

Andando contro l'idea comune in voga in quegli anni sul tema dell'edilizia per le maestranze che lavoravano nelle industrie – l'idea era quella delle cosiddette “caserme” – decide di realizzare piccole ville indipendenti a due piani, ospitanti ognuna pochi nuclei familiari; tutte le case hanno un giardino privato dove poter coltivare un orto e un lavatoio (Leumann e Fenoglio danno molta importanza all’igiene e all’educazione all’igiene). Il tutto per un affitto simbolico.

Ma non solo: all’interno del villaggio trovano posto vari servizi: la posta, con un appartamento per il direttore al piano di sopra, il circolo per i dipendenti, la mensa, la scuola per i figli (e per i genitori, la sera, perché uno dei motti di Leumann era: “Volete operai produttivi? Istruiteli!”), la cooperativa sociale dove comprare cibo a prezzi ridotti, un teatro, un circolo per fanciulle, un ambulatorio, una palestra.


Per stimolare i suoi dipendenti alla cura delle abitazioni, vengono organizzati premi come quello per il giardino più curato. Chi lo vinceva guadagnava un premio in denaro o una giornata di riposo.

Come ultimo edificio, viene realizzata su volere degli operai, la chiesa cattolica di Santa Elisabetta. Leumann era protestante, ma vuole rispettare le tradizioni religiose degli operai e impiegati del villaggio. Solo si riserva di scegliere il nome della santa cui dedicare la chiesa: Elisabetta, in onore di sua madre.

Nel 1900, all’Esposizione internazionale di Parigi, il panno prodotto dall’opificio Leumann ottiene il gran prix e Napoleone viene decorato con la Legione d’Onore come miglior produttore europeo di stoffe. Nel 1910, Leumann è anche premiato da Giolitti per il suo spirito filantropico. All’invito reale di diventare senatore a vita, che implicava prendere la cittadinanza italiana e convertirsi al cattolicesimo, Leumann risponde garbatamente con un fermo diniego.
Napoleone Leumann si spegne nel 1930, ad 89 anni.
Il cotonificio Leumann gli sopravviverà per oltre 40 anni.

Ancora oggi, le villette di Leumann sono abitate.

 …

Ho sentito il bisogno di rivedere il villaggio, alcuni giorni fa e di raccontarvi questa storia, nel caso non la conosceste.

Con questa esperienza storica che ha saputo coniugare necessità imprenditoriali e diritti per i lavoratori, rispondo al diktat Marchionne e a tutti quei progressisti alla Fassino (che ci parla di “scommessa per Torino”) e alla D’alema (che ci dice che “decideranno i lavoratori con il referendum”, come se questi non avessero già una pistola alla testa).

Pubblicato gennaio 10, 2011 da samuelesiani in da chi imparare, povera patria, torino

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Il merito nell’Università fa paura.   3 comments

Avvertenza! Il post che segue descrive una realtà sicuramente parziale, ma è quella che ho avuto ed ho tuttora sotto gli occhi, perlomeno per quanto riguarda le facoltà umanistiche. Non so invece nulla, relativamente a quelle scientifiche.

Cari amici, il vero cancro dell’università non è la mancanza di fondi. Se anche ci fossero fiumi di denaro, la ricerca sarebbe sempre uno schifo fin tanto che sarà in mano ai baroni, a quei vecchi ex- sessantottini tronfi e ormai rincoglioniti che hanno colonizzato le università di tutta Italia e fermando la cultura del paese sui loro lucidi e sulle loro sbiadite fotocopie di programmi che si ripetono ormai sempre uguali da vent’anni.

L’università non può salvarsi fin tanto che il sistema dell’accesso alla ricerca non verrà tolto dalle mani di questi vanesi e umorali tromboni. Il risultato è che un candidato “interno” (cioé proveniente dalla stessa università che bandisce il posto) ha un accesso privilegiato, se non garantito, rispetto ad un genio che dovesse presentarsi come esterno. Ma non solo: è risaputo che il membro interno è quello che ha peso politico e che la maggior parte di questi concorsi  sono già determinati in partenza. Cioè piazza uno dei suoi. Gli esaminatori esterni non romperanno troppo le palle, per evitare che qualcuno rompa loro le palle, quando si bandirà un posto nel proprio dipartimento.
Del resto, che altro aggiungere quando non esistono criteri chiari di valutazione, per esempio, delle pubblicazioni ed è la commissione che può far valere 1 una pubblicazione su Nature e 5 un articoletto sull’Eco del Chisone?

Il risultato è che sempre più spesso i ricercatori nascono in una università, fanno il dottorato in quella università, diventano ricercatori e associati in quella stessa università, muoiono in quella università. Ricercatori che non hanno mai messo piede manco in un’altra regione italiana, figuriamoci all’estero. Ricercatori che conoscono l’inglese come bambini di terza media. Che pubblicano su rivistine locali che sembrano il giornalino della scuola.

Quali aperture mentali possono essere garantite con questi criteri? Quali novità possono arrivare da ricercatori il cui unico talento richiesto è quello di perpetuare il proprio tronfio barone, replicandolo nel dettaglio finché morte non li separi?
E perché io devo battermi a favore di ricercatori per lo più selezionati in questo modo?

Passando alla politica. Una donnetta mediocre come la Gelmini, costretta a correre a Reggio Calabria per superare l’esame di avvocatura, non ha alcuna credibilità quando parla di merito. Non a caso, la sua riforma non sfiora nemmeno la tragedia del baronato, sebbene lei, se ne riempia la bocca.
Perfino l’emendamento finiano è un pannicello tiepido che non serve a nulla. Impedirà forse ai parenti diretti l’accesso a concorsi banditi dai propri padri o zii, ma per quanto detto sopra cosa fa? Nulla.
Non vi è traccia, nel nostro paese, dell’idea di una vera riforma universitaria basata in primo luogo sul merito, sul modello di paesi sviluppati come l’America. E questo valeva già per quella Berlinguer del 1998 e per quella Moratti del 2005.
Perché, in realtà, da noi il merito fa paura. Perché non è detto che questo sia necessariamente associato all’ubbidienza e all’eterna gratitudine. E questo, nel sistema italiano, non va proprio bene.

PS Piccola curiosità: nell’Università di Torino nella quale mi sono laureato abbiamo il preside, suo figlio,  insieme alla madre e all’attuale amante del padre, tutti allegramente nella stessa facoltà. Roba che possono fare le feste di famiglia direttamente in dipartimento. Auguri.