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Il businnes dell’accoglienza   Leave a comment

Mentre migliaia di famiglie sono in attesa di un affido o di un’adozione, lo stato – secondo il reportage de Il giornale – preferisce spendere  quasi un miliardo di euro l’anno.

E poi stiamo a discutere della stepchild adoption… Da leggere tutto.

Il nostro è anche il Paese delle “Case Famiglia”, dalle stime oltre 1800 strutture distribuite da Nord a Sud. Lazio, Emilia Romagna,Sicilia, Lombardia sono quelle che raggiungono numeri più consistenti tra le 250 e le 300.

Sono quasi 30mila i minori fuori dalle loro case d’origine. Tra cui 1626 sono bambini al di sotto dei sei anni.

I bambini e i ragazzi ospitati in queste comunità costano dai 70 ai 120 euro al giorno. Gli istituti laici o religiosi sono pagati dai Comuni, ovvero con soldi pubblici. L’erogazione di questa retta prosegue per tutta la permanenza del bambino. Un giro d’affari che si aggira intorno ad un miliardo di euro all’anno. Presenze invisibili i cui genitori diventano le istituzioni. Alcuni entrano in queste comunità da neonati e, non di rado ci restano fino alla maggiore età.

I servizi sociali, i tribunali e le sentenze (a volte date con troppa superficialità) sono il loro pane quotidiano.

Queste strutture di accoglienza ricevono chi è stato allontanato dai genitori naturali o non li ha proprio mai conosciuti. Su cinque minori solo uno di solito viene assegnato (dai tribunali), in adozione o affido alle famiglie che ne fanno richiesta. Al momento sono oltre 10.000 le coppie in perenne attesa di un figlio in adozione.

Ma si sa, un bambino assegnato ad una coppia è una retta in meno che entra nelle casse di queste comunità. Viene quindi da pensare che sia più comodo tenersi un minore il più a lungo possibile. Ovvio poi che a questo ci si aggiungono altri fattori come le consuete e tipicamente italiane, lungaggini burocratiche-giudiziarie. Un’altra nota dolente infatti sono i tribunali che non riescono a seguire tutte le pratiche. Solo a Milano, ogni anno si accumulano 6mila fascicoli relativi a famiglie disagiate con a carico un minore.

 

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Pubblicato febbraio 12, 2016 da samuelesiani in Uncategorized

Nel mare ci sono i coccodrilli   Leave a comment

Da tantissimi anni ormai, ci siamo in qualche modo abituati a sentire le notizie di immigrati che sbarcano sulle nostre coste, e forse ci siamo perfino assuefatti a sentire quel lungo elenco di vittime che muoiono durante la traversata in mare.

18 morti sul gommone al largo di Lampedusa, Ansa, 6 dicembre 2014.

Salvato barcone di migranti. A bordo  anche quattro cadaveri, Unione Sarda, 23 dicembre 2014.

Questi sono solo due dei più recenti fatti di cronaca, ma una semplice ricerca su google con parole chiave come “immigrati vittime in mare” ci porta un elenco sconfinato e sconfortante.

Sconfortante ancor più perché quella gente, quelle persone, spesso senza identità, diventano d’improvviso,  numeri.

Lo scrittore torinese Fabio Geda, con il suo Nel mare ci sono i coccodrilliriesce invece nel procedimento inverso: ovvero quello di dare un nome e una storia, una storia vera, ad un numero. Non a caso il sottotitolo è Storia vera di Enaiatollah Akbari, uno dei tanti rifugiati afghani giunti fino in Italia e che può oggi raccontare la sua storia.

Quella narrata in questo libro è la storia di un ragazzo che è la storia di tanti, tantissimi altri, quelli che partirono con lui, che si fermarono, che lo ritrovarono lungo il cammino o che persero la vita; ma in qualche modo è la storia universale di chiunque metta a repentaglio la propria vita per un futuro migliore.

Fabio Geda riesce nella difficile impresa di raccontare questo viaggio con grande umanità e dignità, perfino a tratti in modo umoristico, senza mai scadere nel pietismo.

Tuttavia, è una lettura che lascia il segno perché quello che ci viene raccontato è un viaggio della speranza perseguito con coraggio e ostinazione su una strada che è tra la vita e la morte. E anche solo per le poche ore che impieghiamo per la lettura di questo libro siamo con quel ragazzo, in quel viaggio durato non giorni o mesi, ma anni dall’Afghanistan – da cui la madre lo fa fuggire per non farlo diventare un talebano o una vittima dei talebani – attraverso il Pakistan, l’Iran, la Turchia, la Grecia e infine, l’Italia.

Un libro che può risvegliare le coscienze e riuscire, attraverso l’esempio di un singolo, a riportare la luce sui tanti senza nome e senza volto che ce la fanno, o non ce la fanno, a trovare un futuro migliore.

Pubblicato dicembre 24, 2014 da samuelesiani in Uncategorized

L’ultimo giorno di Dukey   Leave a comment

Se non avete paura di commuovervi – io mi sono davvero commosso – questo servizio fotografico di
Robyn Arouty, ripreso da Buzzfeed e molte altri siti, racconta con una straordinaria delicatezza e grazia, l’ultimo giorno di vita del cane Dukey, malato terminale di tumore.
La sua famiglia umana lo ha accompagnato nel suo ultimo giorno facendogli lasciare il mondo nella gioia e nella familiarità.

Non ho mai avuto dubbi sull’opportunità di scelta sul fine vita e sono da sempre un sostenitore dell’eutanasia per chi volesse liberamente porre fine alla propria sofferenza.

Questo storia, seppur raccontando di un cane, non fa che rafforzare la mia convinzione.

Possa il mio ultimo giorno essere lieto come quello di Dukey.

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Pubblicato luglio 13, 2014 da samuelesiani in Uncategorized

The Ryland’s story   Leave a comment

L’identità di genere – spesso erroneamente confusa con l’orientamento sessuale – si manifesta a partire dai 3 anni. In quell’età capiamo di essere maschietti o femminucce indipendentemente da chi, in futuro, ci attrarrà (questo è l’orientamento sessuale).
Questo video ci racconta la storia di Ryland, nata bambina, ma che a partire dai 3 anni ha chiesto ai genitori di poter essere un maschio e della sua famiglia che ha accompagnato il figlio in questa complessa strada, con libertà, senza costringerlo o peggio.
A loro, tutto il mio rispetto.

Pubblicato giugno 8, 2014 da samuelesiani in Uncategorized