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Una vita tranquilla (e buon 2011)   7 comments


Chiudo questo anno con la visione, un po’ in ritardo, di un film travolgente. Sto parlando di Una vita tranquilla, di Claudio Cupelllini, forse il migliore film prodotto in Italia dal tempo di Gomorra e Il divo e forse il mio film dell’anno (lo so, lo avevo detto anche per Inception. Ma sono cose talmente diverse…).

La pellicola di Cupellini entra sotto la pelle e scende a vari livelli, come vari sono i livelli di lettura: la storia della camorra all’estero, il rito d’iniziazione dei giovani affiliati (che dopo Duisburg assume una luce ancor più sinistra), la storia dell’incontro tra un padre e il figlio abbandonato.
In tutto ciò, tuttavia, ciò che mi ha particolarmente sconvolto è stato piuttosto ciò che si legge fra le righe per tutta la visione del film: una sensazione di prigionia allucinante che mette perfino disagio.
Ciò che trapela così ostinatamente dal film – almeno ai miei occhi, ancor più della fatalità, ancor più dell’ineluttabilità degli eventi – è quella contaminazione che coinvolge i tre protagonisti: la perdita della propria libertà individuale, che pare essere il pegno pagato alla camorra, in cambio di lavoro e soldi.
Una volta affiliati non si può più ragionare con la propria testa, non si può più fuggire, non si può neppure uscirne. Si è ormai parte di un sistema che avvolge, coinvolge, che decide per te e di te per tutta la tua vita. È una moderna schiavitù ancor più subdola di quella dei papponi sulle prostitute. Gomorra non era riuscito nell’intento di farmi sentire in modo così pieno, così reale, questo semplice dato di fatto.
 
A tutti voi, amici e occasionali lettori che passate di qua, non posso fare alcun augurio migliore per il 2011. Di non perdere mai la propria libertà di pensiero, di azione, di scelta. Questo è davvero quanto auguro ad ognuno di noi.Chiudo questo anno con la visione, un po’ in ritardo, di un film travolgente. Sto parlando di Una vita tranquilla, di Claudio Cupelllini, forse il migliore film prodotto in Italia dal tempo di Gomorra e Il divo e forse il mio film dell’anno (lo so, lo avevo detto anche per Inception. Ma sono cose talmente diverse…).
La pellicola di Cupellini entra sotto la pelle e scende a vari livelli, come vari sono i livelli di lettura: la storia della camorra all’estero, il rito d’iniziazione dei giovani affiliati (che dopo Duisburg assume una luce ancor più sinistra), la storia dell’incontro tra un padre e il figlio abbandonato.
Tuttavia, ciò che mi ha particolarmente turbato è stato piuttosto ciò che si legge fra le righe per tutta la visione del film: un qualcosa che coinvolge nel profondo l'anima dei tre protagonisti e che è, di fatto,  la perdita della propria libertà individuale, il pegno pagato alla camorra, in cambio di lavoro, soldi, protezione.

Una volta affiliati non si può più ragionare con la propria testa, non si può più fuggire, non si può neppure uscirne. Si è ormai parte di un sistema che avvolge, coinvolge, che decide per te e di te per tutta la tua vita. È una moderna schiavitù ancor più subdola di quella dei papponi sulle prostitute.
Il film Gomorra non era riuscito nell’intento di farmi sentire in modo così pieno, così reale, questo semplice dato di fatto.
 
A tutti voi, amici e occasionali lettori che passate di qua, non posso fare alcun augurio migliore per il 2011. Di non perdere mai la propria libertà di pensiero, di azione, di scelta. Questo è davvero quanto auguro ad ognuno di noi.

Pubblicato dicembre 31, 2010 da samuelesiani in cinema arte e roba simile

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Acqua storta, un romanzo di L.R. Carrino   Leave a comment


Il breve romanzo con cui esordisce il napoletano L.R. Carrino è uno straordinario spaccato nel mondo della camorra e di cosa possa significare essere gay in quell'ambiente fatto di machismo, regole precise e violenza.
Ma non è solo la storia in sé che colpisce – di amori impossibili è piena la letteratura, come il cinema, basti pensare a Maurice o Brokecak Mountain – quanto la scrittura fluida e inesorabile che rende Acqua storta
un colpo di pistola. O forse un bisturi che procede velocissimo nell'animo del lettore (e, detto tra parentesi e con grande ammirazione, Carrisi ha quel talento nella scrittura che avrei sempre voluto).

Il libro è del 2008. Di poche settimane fa è invece il fumetto tratto da questo libro, che vede la sceneggiatura di Valerio Bindi e il disegno, scarno ed essenziale nel suo bianco e nero brutale da xilografia – scrive Massimo Basili nella sua recensione sul numero 136 di Pride – di Maria Pia Cinque (in arte MP5).

Da non perdere. Libro e fumetto, entrambi editi da Meridiano Zero.